Mentre la sinistra si divide senza mai mettere in discussione il suo pensiero debole di fondo, la Cgil recupera e rimette al centro la questione probabilmente più di sinistra di tutte, che non tollera divisioni e per la quale al contrario serve un pensiero forte: la salute. Perché la salute è di sinistra e necessita di un pensiero forte? Perché la sua affermazione implica un cambiamento della realtà, sapendo che per cambiare la realtà ci vogliono tre cose: un soggetto riformatore, un pensiero riformatore, un movimento riformatore.

Che sia la Cgil oggi a riproporci la questione della salute (lo ha fatto da ultimo proprio nei giorni scorsi, con il convegno di Perugia “La crisi ci rende matti”), quindi una questione riformatrice di prima grandezza, non meraviglia. Come non meraviglia che dalla Cgil la salute sia da sempre abbinata strettamente al lavoro, l’oggetto politico principale dell’azione sindacale, sia quando c’è, sia quando non c’è. Perché tanto il lavoro che il non lavoro producono malattie. Il che ci autorizza a pensare che non è utopia ragionare di alleanza tra l’ambiente in cui si lavora e l’ambiente in cui si vive.

Rammento che i problemi della salute mentale, oggi, vanno inquadrati dentro un peggioramento generale delle condizioni di salute della popolazione: cala l’attesa di vita, cresce la morbilità e la mortalità ovunque. Questo sindacato, in particolare negli anni settanta, è stato l’autore principale di una scuola di pensiero dove il concetto di salute era assunto come un imperativo categorico: la salute non è negoziabile, essa è un “a priori” morale, per cui è il lavoro che a esso si deve adattare, non il contrario.

Dopo quegli anni straordinari (gruppi omogenei, mappe di rischio, delegato alla salute ecc.), inizia una fase definita “reflusso”, a partire dalla quale tutto si ribalta: la salute diventa sempre più negoziabile e monetizzabile, ma soprattutto cessa di essere un imperativo categorico. Oggi la Cgil sa benissimo che non ha senso tentare di tornare banalmente agli anni settanta, non esiste una macchina del tempo. Ha senso però riattualizzare la questione salute nel terzo millennio e contestualizzare il problema del suo negoziato.

Cosa vuol dire negoziare oggi la salute? Per rispondere dobbiamo partire da una distinzione: un conto è la ricchezza di un Paese e un conto è il suo Pil. Il Pil è solo la misura della ricchezza economica, ma la ricchezza in quanto tale è fatta di tante cose, dalla cultura, dall’ambiente sano, dal grado di solidarietà, dalla giustizia e, soprattutto, dalla salute (un Paese povero è sempre un Paese malato). Oggi le politiche sanitarie sono tutte concepite in antitesi al Pil, nei cui confronti (de-finanziamento progressivo) si vuole a tutti costi ridurre l’incidenza della spesa sanitaria, dimenticando che se la salute è ricchezza, solo la ricchezza può governare la spesa sanitaria. Senza salute, la spesa sanitaria continuerà a crescere, creando grandi problemi di compatibilità al Pil.

Negoziare la salute oggi vuol dire produrre salute come ricchezza. Per alleggerire il Pil dall’onere della spesa sanitaria e quindi impiegare ricchezza economica altrove, non si devono fare i tagli lineari alla sanità, perché così facendo si finisce per creare un’infinità di problemi etici ed economici. Si deve produrre salute, cioè si devono ridurre le malattie. Perché la salute non è antieconomica, vale a dire un costo improduttivo, è piuttosto una ricchezza, per cui i costi che l’azienda sostiene per far restare in salute al suo posto un lavoratore li possiamo compensare in un altro modo.

Quindi, la salute quale ricchezza vale come una nuova idea di sostenibilità economica, sapendo che senza salute la sostenibilità diventa solo un discorso di compatibilità economiche. Nel nostro Paese, del resto, non si produce salute, ma malattie (spendiamo meno del 4% in prevenzione); nello stesso tempo le malattie che produciamo non le curiamo, perché non abbiamo i soldi per la sanità pubblica (de-finanziamento), per cui alla fine offriamo mutue.

Per questo dobbiamo ripensare radicalmente i servizi per la salute, le metodologie di intervento e gli apparati istituzionali necessari. Dobbiamo riunificare ambiente e salute, collegando i luoghi di lavoro con i servizi pubblici, innovare le professioni e ricomporre una strategia per mezzo della quale fare contemporaneamente prevenzione (rimozione delle nocività), previsione (intervento sulle probabilità di rischio), predicibilità (progettazione degli ambienti con ipotesi di salute a rischio zero). Non solo. Dobbiamo incentivare, usando la leva fiscale, coloro che producono benessere.

Un’ultima considerazione. Non ci dobbiamo mai dimenticare di quanto è scritto nell’articolo 32 della nostra Costituzione: la Repubblica tutela il diritto alla salute. La Repubblica è l’insieme delle istituzioni dello Stato: dunque, per il diritto alla salute ogni istituzione deve fare la sua parte. Tutto lo Stato ne è (dovrebbe essere) interessato. Al progetto della produzione di salute come ricchezza, dobbiamo allora recuperare – con ruoli nuovi e nuove responsabilità – i Comuni, mentre sarebbe il caso di ridefinire le competenze oggi in capo alle Regioni e alle aziende. Il Comune deve (dovrebbe) essere il trait d’union tra società e luogo di lavoro.

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