La Commissione europea ha presentato all’inizio di giugno le sue “Raccomandazioni 2014-2015” per i singoli paesi dell’Unione. Il responso elettorale ha ammorbidito il timing delle stesse, ma non la loro sostanza. La rotta non muta: vincoli di bilancio da rispettare, consolidamento fiscale da proseguire, riforme strutturali da realizzare. D’altra parte non vi erano aspettative per un cambiamento, semmai per una “non indisponibilità” a fornire qualche forma di flessibilità a seguito della richiesta del nostro ministro dell’Economia dopo l’approvazione del Def 2014.
Nel caso italiano, la Commissione ha attestato che non siamo allineati nel percorso di rientro dal debito e quindi nel raggiungimento degli obiettivi di medio termine di pareggio del bilancio strutturale. Si richiede che entro settembre 2014 si realizzi questo allineamento con interventi aggiuntivi, oltre che il rispetto degli impegni assunti sul terreno di tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni, riforme sul mercato del lavoro, e altro ancora, rinnovando le precedenti raccomandazioni e chiedendo un più attento monitoraggio e verifica degli interventi realizzati e programmati. Come dire “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”. Poche settimane fa sono stati resi pubblici i dati congiunturali di crescita del reddito nei paesi europei per i primi tre mesi del 2014 e di crescita tendenziale a un anno, rispetto allo stesso periodo del 2013. La rappresentazione era sconfortante, ma allo stesso tempo non sorprendente.

A fronte dei segnali di uscita dalla crisi di fine 2013, che troppi commentatori ottimisti interpretavano come indicazioni inequivocabili della “luce alla fine del tunnel”, il dato congiunturale più recente ha scioccato i più, riconsegnandoci un’Europa squilibrata che si muove a più velocità, peraltro tutte deboli se confrontate a quella statunitense e anche a quella giapponese. In questo quadro deprimente, l’Italia si è presentata con un -0,1% nel primo trimestre 2014 e un -0,5% come dato tendenziale a un anno di distanza (rispetto al primo trimestre 2013). L’obbiettivo del Def 2014, che programmava una crescita del +0,8% per il 2014, non appare più alla portata; peraltro le stesse previsioni internazionali, che indicavano un minore +0,6%, vengono aggiustate ulteriormente verso il basso, a +0,5%.

Dall’inizio della crisi, il Pil italiano è diminuito di 7 punti percentuali, e analoga è oggi la distanza (output gap) tra reddito effettivo e reddito potenziale nonostante che quest’ultimo sia diminuito proprio a causa della crisi. Il Pil reale italiano è oggi al livello del 2000, 14 anni orsono. La prospettiva di farlo crescere da qui al 2018 di oltre il 7% appare una chimera, in assenza di una vigorosa politica economica di domanda che sostituisca quella attuale di rigore che amplifica la depressione.

L’Istat (La situazione del paese, 2014) ha poi certificato che le politiche di austerità in Italia, con avanzi primari crescenti durante la crisi (oltre il 2% sul Pil), hanno contribuito alla diminuzione del reddito peggiorando allo stesso tempo il debito pubblico (giunto al 133% sul Pil) e portando le persone disoccupate e inattive ma potenzialmente sul mercato del lavoro (scoraggiati e giovani senza lavoro e senza formazione) a superare la soglia dei 6 milioni nel 2013. Ma l’Europa insiste sul fatto che la via dell’austerità espansiva non deve essere abbandonata, anche se siamo entrati nel settimo anno della crisi, come i dati di inizio 2014 certificano e soprattutto anche se la lunga depressione che dal 2008 investe l’Europa è anche un lascito delle politiche economiche adottate: le politiche di austerità espansiva e di precarietà espansiva, attuate quasi in contemporanea nei vari paesi.

Le prime, del rigore dei conti, hanno agito sulla base della fallace idea secondo la quale dal contenimento dei deficit pubblici conseguissero riduzioni dei debiti e si liberassero risorse che il privato sarebbe andato a utilizzare più efficacemente. Ma non si è tenuto conto del “vuoto di domanda” che così l’arretramento del pubblico creava, oltre che dell’efficacia spesso solo presunta del privato. La minore domanda pubblica non è stata compensata da una maggiore domanda privata, anzi consumi privati e investimenti privati sono diminuiti mettendo in crisi tutta la domanda interna, europea e nei singoli paesi, lasciando tutto l’onere della crescita a una domanda estera peraltro non più trainante. L’esito è stato che proprio a seguito del rigore i debiti invece di diminuire sono aumentati – nell’Eurozona, da un rapporto del 65% sul Pil, si è superata la soglia del 95% – e al contempo la crescita del reddito si è azzerata, mentre quella dell’occupazione è divenuta negativa.

Le seconde, della competitività salariale, hanno avuto il loro pilastro nella flessibilità del lavoro, contrattuale e retributiva. Anche in questo caso un’idea fallace le ha alimentate, ovvero che l’aumento dell’occupazione potesse essere conseguito unicamente a condizione che si realizzasse un trasferimento di tutele del lavoro e di diritti da chi li aveva a chi ne era privo. Gli esiti sono stati molteplici, e prevedibili, sull’offerta e sulla domanda. Si è ridotta la platea del lavoro tutelato ed è aumentata quella del lavoro non tutelato, senza peraltro accrescere le tutele per questo ultimo. Si è così realizzata una sostituzione di lavoro più che una creazione di lavoro, con conseguente riduzione di tutele e diritti sia per chi li aveva conquistati nel passato, sia per chi si attendeva una alleggerimento dello stato di precarietà lavorativa e sociale. Ma non sono stati intaccati solo tutele e diritti: le stesse retribuzioni ne hanno sofferto, sia quelle degli insider che quelle degli outsider. Le retribuzioni nominali sono state compresse, e le retribuzioni reali diminuite; queste ultime non hanno certo tenuto il passo della pur debole crescita della produttività, determinando un’ulteriore fase di diminuzione della quota del lavoro sul reddito (si veda Janssen R., Social Europe Journal, 30 maggio 2014: http://www.social- europe.eu/2014/05/ wage depression/).

Questa politica di svalutazione interna caricata sul lavoro ha forse contribuito ad aumentare la competitività del sistema e la sua crescita Non appare questo l’esito, semmai tale politica sembra produrre due effetti, entrambi perniciosi. Da un lato, ne è derivato un contenimento della domanda di beni e servizi che trae origine dal reddito da lavoro, andando ad aggravare gli effetti negativi delle politiche di austerità sulla domanda interna. Dall’altro, la competitività del sistema non ne ha tratto vantaggio, se è vero che sia per effetti di scala (minori volumi di produzione) che per quelli di sostituzione (lavoro meno retribuito e meno produttivo), la dinamica della produttività langue in tutta Europa, e prosegue la sua ventennale stagnazione in Italia in presenza di contenimento dei salari nominali.

D’altra parte, che queste non fossero le politiche più adatte da adottare nella crisi lo aveva ben indicato Keynes nel capitolo dedicato ai “Cambiamenti dei salari nominali” (il capitolo numero 19) della sua Teoria generale. Tuttavia la Commissione non è interessata a ciò che scriveva Keynes, e neppure a ciò che sostiene una platea, a dire il vero molto vasta, di economisti più o meno keynesiani. Per cui le sue Raccomandazioni del 2 giugno continuano a prescrivere per l’Italia, come per gli altri paesi, niente altro che la continuità delle politiche di flessibilità del mercato del lavoro, contrattuali e retributive, per accrescere la competitività salariale. La crescita è affidata al contributo della componente estera della domanda, anche se questa pesa meno del 20% per i paesi dell’Unione, mentre il rimanente 80% è domanda interna, consumi delle famiglie, investimenti privati e pubblici, servizi collettivi.

Per accrescere la prima ci raccomandano di proseguire nelle politiche coordinate e simmetriche che comprimono la seconda, anche se queste hanno effetti depressivi sul reddito complessivo e sull’occupazione, producendo anche l’effetto collaterale di un innalzamento del rapporto debito/Pil per tutti i paesi. La competitività salariale è intesa come lo strumento cardine per conseguire questo obiettivo, che opera via riduzioni del costo unitario del lavoro, tale da accrescere la competitività di costo europea nei mercati globali. Per la Commissione ciò si realizza con interventi che ridimensionano il ruolo della contrattazione collettiva, nazionale e di settore, nella determinazione dei salari nominali, che invece devono essere allineati alla produttività dell’impresa, meglio ancora dei singoli lavoratori.

Al contempo i salari reali non devono essere preservati da un meccanismo d’indicizzazione e salvaguardia del potere d’acquisto, ma rispondere alle condizioni di un mercato del lavoro concorrenziale, dove ingressi e uscite devono essere peraltro deregolati per servire le esigenze produttive dell’impresa, senza interferenze esercitate dalle istituzioni che vincolano l’agire manageriale e creano anche barriere tra i lavoratori protetti e garantiti, gli insider, e coloro che non lo sono, gli outsider. In fondo la precarietà o la disoccupazione non sono altro che l’altra faccia della medaglia dell’operare di istituzioni collettive: ridimensionate queste, saranno ridimensionate sia la precarietà che la disoccupazione.

Una narrazione questa che viene resa più appealing dalle tecniche economiche sulla disoccupazione strutturale che portano quella italiana all’11% lasciando un misero 2% per quella involontaria keynesiana. Così da far risultare evidente ciò che evidente non è, ovvero che non sia la domanda il problema, semmai le condizioni di offerta, e quindi la necessità delle riforme strutturali. Una narrazione che, se non fosse per le technicalities impiegate, ricorda molto l’ancien régime.

*Professore di Economia politica Università di Ferrara