Pubblichiamo una serie di nostri articoli "best of 2012", tra quelli che ci sono piaciuti di più o ci sono sembrati significativi.

Cinquanta per cento: è questa la percentuale dell’ultimo stipendio che quanti hanno iniziato a lavorare negli ultimi anni, specialmente con contratti precari, rischiano di percepire domani come pensione; una percentuale ovviamente insufficiente a garantire una vita dignitosa per larga parte della popolazione.Una questione drammaticamente sottovalutata, che rischia di creare fra pochi decenni un esercito di nuovi poveri e un ulteriore sfaldamento del tessuto sociale del paese. Eppure né la manovra sulle pensioni di dicembre, spacciata come riforma per i giovani, né la modifica delle norme sul mercato del lavoro ora in Parlamento sembrano accorgersene. Parlare e legiferare sulla previdenza senza riferimenti al mercato del lavoro, in particolare con il nuovo sistema contributivo, ha, infatti, poco senso.

Fatta eccezione per l’elemento oggettivo di equità rappresentato dall’inserimento del pro-rata contributivo per tutti, il “Salva Italia” ha bruscamente elevato l’età pensionabile per le persone appartenenti ad alcune classi di età, con le conseguenze che abbiamo sotto gli occhi in questi giorni, ma non ha affatto affrontato le questioni di coloro che sono entrati nel sistema con il contributivo e che magari hanno versato una parte o tutta la propria contribuzione all’interno della gestione separata Inps, oppure che hanno avuto ampi periodi di discontunuità di versamento. Il riferimento è in particolare a coloro che oggi hanno tra i trenta e i quaranta anni e che hanno già percorso una parte consistente della propria carriera all’interno di questo nuovo scenario.

IL SISTEMA CONTRIBUTIVO
A differenza del passato, con il nuovo sistema la pensione non viene infatti calcolata sull’ultima frazione di carriera ma sull’intero periodo lavorativo. Essa è il risultato della moltiplicazione del montante contributivo (i contributi versati) rivalutato ogni anno sulla base del Pil e dell’inflazione (tasso di rivalutazione) per un coefficiente di trasformazione legato all’aspettativa di vita. Il sistema è, teoricamente, semplice: più guadagni con continuità e più accumuli, più va bene l’economia più si rivaluta quanto accumuli, più sarai vecchio al momento del pensionamento più prenderai di pensione.

Ci sono però seri problemi che stanno minando la costruzione di posizioni previdenziali solide: le retribuzioni negli ultimi anni crescono con grande difficoltà e si allarga il fenomeno del lavoro povero, le carriere sono sempre più discontinue e le aliquote sono troppo differenziate tra lavoro dipendente, lavoro parasubordinato e autonomo (vero o finto che sia). Il Pil, d’altro canto, negli ultimi anni è cresciuto a stento, quando non è calato vistosamente. Per finire, le espulsioni dal lavoro nella parte finale delle carriere lavorative, concordate o meno in accordi di esodo, sono sempre più frequenti.

Appare evidente, quindi, come la previdenza pubblica in generale e, nello specifico, le future pensioni dei lavoratori siano fortemente agganciate alle politiche di regolazione del mercato del lavoro e di welfare, a quelle per la crescita del paese e alle politiche industriali.

RIFORMA DEL LAVORO E PREVIDENZA
Riguardo alla riforma del mercato del lavoro, fatte alcune positive eccezioni in particolare sulle collaborazioni a progetto, non ci si muove nel senso di rivedere quando non eliminare (vedi associati in partecipazione) alcune altre tipologie della gestione separata. Infatti è prevedibile, e peraltro già in corso da diversi anni, un travaso dalle collaborazioni verso le partite Iva individuali in ragione del minor costo di queste ultime; ciò avviene nonostante il condivisibile e consistente aumento delle aliquote che andranno ad allinearsi nel tempo a quelle dei lavoratori dipendenti. Inoltre, l’assenza di una rivalsa obbligatoria sul committente in misura pari ai due terzi dell’intera aliquota da versare all’Inps, unitamente al mancato aggancio ai minimi retributivi previsti dai ccnl per analoghe professionalità (come invece previsto nella riforma per i co.pro.), determinerà per questi lavoratori una significativa riduzione dei compensi. Il rischio è quello che un vantaggio contributivo a futuri fini pensionistici si traduca in un immediato svantaggio salariale.

Gli interventi sugli ammortizzatori sociali, previsti sempre nel “ddl lavoro”, fatta eccezione per un ridotto intervento positivo sulle indennità di disoccupazione (Aspi) rispetto sia alla durata sia alla quantità della prestazione, lasciano il nostro paese molto lontano dalle migliori esperienze europee. Peraltro, il pesante intervento di riduzione della durata dell’indennità di mobilità mette a rischio tutti quei lavoratori sottoposti spesso in età avanzata a processi di ristrutturazione industriale. L’occasione di rendere il nostro sistema di sostegno al reddito in caso di disoccupazione adeguato alle necessità è andata perduta. Non si può non notare, poi, la contraddizione tra il mantenimento di un mercato del lavoro iperflessibile e l’assenza di un adeguato sistema di protezione sociale. Tornando agli aspetti previdenziali, è evidente come un equo sistema di ammortizzatori permetterebbe una migliore copertura dei periodi di non lavoro (attraverso contribuzione figurativa), che nel sistema contributivo rischiano di provocare veri e propri “buchi previdenziali”.

RETRIBUZIONI E PENSIONI, UN LEGAME INSCINDIBILE
L’altra quesione è relativa alle retribuzioni, che assieme alle aliquote costituiscono l’elemento fondamentale del montante contributivo. I salari degli ultimi anni sono rimasti al palo o sono cresciuti poco, soprattutto per i livelli di ingresso. Su questo occorre anche una riflessione nel sindacato affinché, anche in un’ottica di maggiore aderenza al nuovo sistema previdenziale, ci sia un maggiore equilibrio tra retribuzioni all’inizio della carriera lavorativa e riconoscimenti economici legati all’anzianità aziendale. Nel sistema contributivo il tasso di rivalutazione si calcola su quanto si accantona ogni anno, e dunque oltre ad essere fondamentale quanto si versa è importante anche quando si versa, nel senso che sarà favorito chi ha contribuito di più a inizio carriera. Discorso analogo a quello per i dipendenti, seppure con elementi di maggiore allarme, va fatto per gli iscritti alla gestione separata: la media dei compensi dei collaboratori a progetto degli ultimi quattro anni non ha mai superato i 10.000 euro, con uno squilibrio fortissimo di genere: le donne, infatti, non arrivano a 7 mila euro, mentre i collaboratori esclusivi monocommittenti hanno guadagnato in media solo 8.023 euro annui. Queste persone hanno retribuzioni molto basse e aliquote ancora non in linea con quelle dei dipendenti, e molti di loro hanno accumulato anni con aliquote ancor più basse (nella gestione separata si è partiti nel 1996 con il 10 per cento).

Altro elemento problematico è quello relativo ai coefficienti di trasformazione della prestazione che, legati all’aspettativa di vita e nella previsione di un allungamento della stessa, porteranno oggettivamente a una riduzione ulteriore delle prestazioni pensionistiche. Prima era previsto un loro aggiornamento ogni dieci anni, poi è stato deciso dal governo Berlusconi un aggiornamento ogni tre, confermato dall’ultima riforma con effetti di penalizzazione ancora più importanti, soprattutto per chi deciderà di ritirarsi dal lavoro prima dei settanta anni.

LA PREVIDENZA COMPLEMENTARE
Infine, ad aggravare la condizione dei lavoratori precari e discontinui sta il fatto che essi spesso non possono iscriversi alla previdenza complementare (i parasubordinati, per esempio). Anche laddove possono farlo, peraltro, il sistema rischia di essere troppo oneroso, prevedendo il versamento del tfr e di una quota a loro carico (pari di solito all’1 per cento). Su questo il tentativo che si sta facendo nel nostro paese con Fontemp, il fondo di previdenza integrativa per i lavoratori in somministrazione, appare un elemento di assoluta novità. Per generalizzare questa possibilità, però, è necessario sostenere i lavoratori non a tempo indeterminato che scelgono questa strada.

L’abbattimento della quota di liquidazione (oggi spesso utilizzata come ammortizzatore sociale nei periodi di non lavoro), il raddoppio del contributo da parte aziendale e un intervento specifico di fondi bilaterali contrattuali a compensazione della quota lavoratore sono le ipotesi che mettiamo in campo e che fannno parte anche di un patrimonio comune di Cgil, Cisl e Uil. Per chi non ha il tfr (gli iscritti alla gestione separata) bisogna pensare a modalità sostitutive con intervento economico delle committenze, senza penalizzare il reddito dei lavoratori stessi.

Da anni Nidil pone con la Cgil il tema di milioni di lavoratori con contratti non standard, in particolare quanti hanno già accumulato nella propria carriera periodi consistenti di discontinuità e di “lavoro povero”, e delle loro prospettive pensionistiche. Il sistema contributivo, insomma, non può essere valutato solo in una logica economico-finanziaria, ma ha bisogno di correttivi che lo rendano socialmente sostenibile soprattutto per le nuove generazioni. “La partita delle pensioni non è chiusa”, ha detto Susanna Camusso. Riaprire la discussione sulla previdenza è il lavoro che ci aspetta nella prossima stagione.

(prima pubblicazione 6 giugno 2012)