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Il commento

Restituire i dati alle comunità

Foto: ThisIsEngineering
V. Alvino, M. Ciurcina, P. De Chiara, G. De Petra
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Essi ormai possono, anzi debbono essere considerati come un'infrastruttura che abilita la creazione di valore per la società, per la ricerca, per l'economia pubblica e privata. È indispensabile però, che queste modalità siano regolamentate

È opinione consolidata che i dati siano la principale risorsa della trasformazione digitale. Sono noti, e abbondantemente descritti, i processi di estrazione, accumulazione e valorizzazione dei dati da parte di pochissimi grandi oligopolisti, che ne hanno fatto la principale risorsa alla base della crescita straordinaria della loro ricchezza e del loro potere. Scarsa è invece la consapevolezza, nella società e nella politica, che i dati possono essere una risorsa preziosa per riorientare la trasformazione digitale e, attraverso essa, la qualità di tutte le politiche, dalla salute al welfare, dalla finanza alla mobilità, dalla cultura alla sicurezza, dall’ambiente all’esercizio della partecipazione democratica. Sono i dati che abbiamo consegnato più o meno consapevolmente ai dispositivi digitali utilizzati. Quelli raccolti e gestiti dalle pubbliche amministrazioni. I dati estratti dei sensori attivati nei progetti di smart city. Quelli accumulati dalle aziende pubbliche e private che offrono servizi a cittadini imprese. Sono i dati ripresi dalle mille telecamere di sorveglianza. A chi appartengono e chi garantisce la possibilità, le finalità e le modalità del loro utilizzo?

Gli anni della pandemia hanno prodotto una crescita significativa di questa consapevolezza del loro valore sociale e politico. Ad esempio, accanto e non in contrasto con il rafforzamento della tutela dei dati personali garantita dal Gdpr (Regolamento (UE) 2016/79) è aumentata la consapevolezza che i dati, anche quando sono personali, hanno sempre natura e implicazioni sociali. Questo perché la singola persona fisica è parte integrante e inscindibile di una pluralità di relazioni biologiche e sociali. Pertanto i dati che rappresentano, definiscono, identificano la persona non "riguardano" soltanto la singola persona, ma sempre anche una pluralità di altri individui che con quella singola persona hanno connessioni dirette e indirette. Ma sono socialmente rilevanti anche i dati raccolti e gestiti dalle pubbliche amministrazioni, centrali e locali, e dalle imprese pubbliche che a esse fanno riferimento. Lo sono i dati generati dai sensori che sempre più innervano le città e i territori. Così come quelli raccolti e gestiti dalle imprese private, che devono ad esempio poter essere utilizzati, per motivi di pubblico interesse, da ricercatori, giornalisti, associazioni e cittadini.

A questa crescita di consapevolezza si accompagna la convinzione, generata dall’esperienza, che il valore sociale dei dati cresce e si moltiplica in ragione del loro uso e in particolare in ragione della possibilità di mettere in relazione dati tra di loro. Questo può aprire opportunità di conoscenza e d'interpretazione che altrimenti resterebbero sconosciute. Gli attuali processi massivi di spoliazione, appropriazione, privatizzazione dei dati – vere e proprie enclosures digitali – con la conseguente emersione di oligopoli, rappresentano, da questo punto di vista, un gigantesco fallimento politico, sociale, di mercato. Racchiudere i dati – estratti dalle comunità - all’interno di silos separati e inaccessibili, controllati da pochi soggetti, privati o pubblici che siano, significa rinunciare a una porzione potenzialmente decisiva del loro valore. Oppure consentire che tale ricchezza resti nel dominio esclusivo degli oligopolisti.

Restituire i dati alle comunità significa trovare i modi per rendere i dati disponibili il più facilmente possibile a coloro che li vogliono usare. I dati possono/debbono essere considerati come una infrastruttura che abilita la creazione di valore per la società, per la ricerca, per l'economia pubblica e privata, per assumere decisioni, per il controllo pubblico sulle decisioni assunte, eccetera. Occorre superare i silos per passare a modalità d'intermediazione tra detentori e utilizzatori che
moltiplichino l'utilizzo nell'interesse collettivo, per affrontare problemi sociali, ambientali, economici, sanitari. È indispensabile però, che queste modalità siano regolamentate perché le singole persone, i detentori, pubblici o privati, dei dati e gli utilizzatori, possano compiere le loro scelte all’interno di un quadro dove siano definiti i limiti, le condizioni – anche economiche – e le garanzie per la condivisione e il riuso. 

È a partire da queste considerazioni, che si è sviluppato il dibattito (soprattutto in ambito anglosassone) volto alla ricerca di modelli alternativi. Soluzioni giuridiche e gestionali differenti (data trust, cooperative, sindacati, beni comuni digitali, etc.) che in comune hanno la necessità di “liberare” il potenziale dei dati per restituirlo alle comunità attraverso forme di gestione collettiva dei dati. Oggi è possibile immaginare e definire un quadro normativo che consenta, come minimo, di avviare pratiche sperimentali di restituzione dei dati alle comunità, e promuovere il loro utilizzo a fini socialmente utili. È infatti in questa direzione che si muove, sia pure in forme iniziali, la proposta di Data Governance Act che prevede il riuso dei dati del settore pubblico che sono normalmente soggetti a limitazioni, la condivisione di dati (personali e non personali) attraverso la diffusione e la regolamentazione di servizi di intermediazione, la promozione di esperienze no profit di uso dei dati per finalità di interesse generale, attraverso la previsione di norme nazionali che possano favorire l’altruismo dei dati e la regolamentazione di organizzazioni a tal fine costituite. A questo scopo è prevista l’istituzione e la gestione di registri dei soggetti autorizzati all’intermediazione e all'altruismo, una regolamentazione e un controllo delle modalità e delle limitazioni a cui sono soggetti i servizi di condivisione, le condizioni economiche a cui il riuso è soggetto in determinati casi e per certi soggetti, l’attribuzione a specifiche "autorità" di tali compiti.

Accanto al “Data governance act” sono già vigenti, o in avanzato corso di definizione, molti altri quadri normativi che riguardano i temi considerati. Sono ad esempio la disciplina del trattamento dei dati personali, la disciplina dei dati e del software della pubblica amministrazione, i servizi di intermediazione dei dati, lo spazio europeo dei dati sanitari, l’accesso ai dati. È a partire da queste considerazioni che proponiamo di promuovere, anche attraverso la definizione di un quadro normativo che le favorisca, esperienze di “altruismo dei dati” adottando idonee misure tecniche e organizzative e incentivando la nascita nei territori di coalizioni tra soggetti diversi. Esiste una pluralità di pratiche che già ora vanno nella direzione della condivisione dei dati.

Le più significative seguono due modelli principali che possiamo distinguere in base alla direzione della spinta dell’iniziativa: dal basso e dall’alto. Dal basso, sono le esperienze che partono dalla messa in comune dei dati delle persone e delle comunità a cui appartengono. Quelle dall’alto si muovono principalmente dalla messa in comune dei dati di organizzazioni, aziende, enti pubblici. Le esperienze che proponiamo di realizzare potranno riuscire ad avviarsi a partire da alcune condizioni. Tra queste: ancorare il progetto a un territorio definito (comune/città metropolitana, provincia, regione) per individuare e mettere al centro la/le comunità interessate (i dati parlano di noi, siamo noi); unire approccio dall’alto (organizzazioni/istituzioni) e dal basso (associazioni/persone/comunità); partnership diversificata: soggetti pubblici, privati, ricerca, terzo settore, sindacato; incentrare l’esperienza su un ambito tematico definito per quanto ampio, perché, nel nostro contesto in particolare, non è sufficiente mettere a disposizione i dati con le opportune tecnologie e formati, è invece necessario unire competenze e servizi di analisi (statistica, IA, etc.) che producono valore solo se si sa di cosa si parla e si è in grado d'interpretare; coprire l'intera filiera del dato: raccolta, verifica, cura, connessione, gestione, analisi, distribuzione; creare un’infrastruttura in grado di raccogliere e gestire dati e di distribuirli in maniera differenziata secondo la tipologia di soggetti e le finalità che perseguono (la governance definisce chi può accedere, come, a quali condizioni come pure le condizioni per i fornitori dei dati).

A questo link è possibile leggere il documento che contiene una versione più estesa della proposta presentata in questo articolo. Se ne è parlato a Bologna il 24 giugno al Festival della Partecipazione:

Vittorio Alvino, Fondazione Openpolis
Marco Ciurcina, Centro Nexa
Piero De Chiara, Forum Disuguaglianze Diversità
Giulio De Petra, Centro per la Riforma dello Stato