Se ancora ve ne fosse bisogno, sono i numeri più recenti ad affermarlo: negli anni della pandemia le lavoratrici hanno pagato il prezzo più alto in termini di salute. Una recentissima pubblicazione, elaborata dalla Consulenza statistico-attuariale dell’Inail, analizza l’andamento infortunistico al femminile attraverso i dati provvisori dell’ultimo biennio e quelli consolidati del quinquennio 2017-2021. Risultato? Anche nel 2022 le denunce di infortunio su lavoro da Covid hanno riguardato prevalentemente le lavoratrici, non solo tra le operatrici sanitarie ma anche tra le addette alla grande distribuzione, le operatrici di scuola dell’infanzia e primaria. Insomma, l’Italia è agli ultimi posti in Europa per occupazione femminile, ma le donne sono tra le più esposte a infortuni e malattie professionali. Ed è opportuno ricordare che nel 2022 le donne che hanno perso la vita vittime di incidenti sul lavoro sono state 110.

Numeri e statistiche

Secondo il Dossier elaborato dall’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro: “L’aumento del 25,7% delle denunce di infortunio rilevato tra gennaio e dicembre 2022, rispetto all’analogo periodo del 2021, è legato soprattutto alle lavoratrici, che registrano un +42,9%, da 200.557 a 286.522 casi. Questa vertiginosa impennata è in larga misura influenzata dal notevole incremento degli infortuni in occasione di lavoro, in particolare di quelli da Covid-19”. Già, perché tra gli essenziali le lavoratrici erano e sono in maggioranza: senza il loro lavoro l’esistenza della società sarebbe fortemente a rischio. Sono ancora i numeri a dirlo.

Daiano Cristini/Sintesi


Su 315.055 denunce di infortunio sul lavoro da Sars-CoV-2 pervenute all’Inail dall’inizio della pandemia allo scorso 31 dicembre, quelle che riguardano le donne sono infatti 215.487, pari a poco meno di sette contagi su 10. Il 43,8% delle contagiate ha oltre 49 anni, il 37,0% tra i 35 e i 49 anni, mentre il 19,2% è under 35. Le professioni maggiormente esposte al rischio Covid sono quelle sanitarie, a partire dai tecnici della salute col 41,4% delle contagiate, in prevalenza infermiere ma anche fisioterapiste e assistenti sanitarie. Seguono le operatrici socio-sanitarie (18,8% delle denunce), i medici (6,9%) e le lavoratrici qualificate nei servizi alla persona (6,6%). Tra le altre professioni, ai primi posti figurano le impiegate della segreteria e degli affari generali (5,6%), le addette alle pulizie (2,1%, anche di ospedali e ambulatori), le insegnanti delle scuole primarie e pre-primarie e le impiegate che si occupano del controllo di documenti e dello smistamento e recapito della posta (1,7% per entrambe le categorie).

Simona Caleo

Il commento del sindacato

Riflette Francesca Re David, segretaria confederale della Cgil: “I lavori che si occupano della cura delle persone e della cura della società sono in gran parte a manodopera femminile. Sono anche quelli che hanno meno riconoscimento sociale ed economico. Sono lavori di relazione, a stretto contatto con le persone, anche durante i giorni più bui della pandemia non si sono mai fermati. E le donne si sono contagiate”. Ma non è solo questione che riguarda quante lavoratrici erano in servizio. È sempre Re David a notare che per quanto riguarda i dispositivi di sicurezza, quelli per la prevenzione anti-Covid ma anche quelli per la salute e sicurezza in generale: “Non sono pensati per donne e uomini, ma sono pensati per lavoratori. Siccome le caratteristiche fisiche di uomini e donne sono diverse quei dispositivi non sono pensati per le donne e, per loro, sono meno sicuri e spesso più scomodi”.

Non solo Covid

Per quanto riguarda le malattie professionali, quelle denunciate dalle lavoratrici nel 2021 sono state 14.878, 2.817 in più rispetto all’anno precedente (+23,4%). Le patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo si confermano tra le più prevalenti anche nel 2021 e insieme a quelle del sistema nervoso raggiungono l’82% del totale delle denunce. Questo risultato, però, nasconde una differenza ben marcata tra uomini e donne: se le malattie citate rappresentano il 78% delle denunce dei lavoratori, la stessa percentuale sale al 92% tra le lavoratrici (13.705 delle 14.878 denunce femminili complessive).

E poi le aggressioni

A leggere il dossier dell’Inail si scopre: “Le lavoratrici vittime di aggressioni o violenze, da parte per esempio di pazienti o loro familiari nel caso delle operatrici sanitarie, da studenti e parenti nel caso delle insegnanti, fino alle rapine in banca e negli uffici postali, rappresentano circa il 3% di tutti gli infortuni femminili avvenuti in occasione di lavoro e riconosciuti dall’Inail. Tra queste oltre il 60% svolge professioni sanitarie e assistenziali. Seguono, a distanza, insegnanti e specialiste dell’educazione e della formazione, impiegate postali, personale di pulizia, addette ai servizi di vigilanza e custodia, alle vendite e alla ristorazione. Nel quinquennio 2017-2021 sei casi su dieci di violenza sulle donne sono stati denunciati al Nord, con Emilia Romagna, Lombardia e Veneto complessivamente con il 40% circa dei casi, seguito da Centro e Mezzogiorno con un quinto dei casi per entrambe le ripartizioni geografiche”. Re David afferma: “Le donne fanno più degli uomini lavori di relazione e quindi sono più esposte alle aggressioni, ma quando si pensa alla prevenzione non se ne tiene quasi mai conto”.

Peter774 (da www.pixabay.com)

Una discriminazione in più

Riguarda le donne disabili: per loro trovare una occupazione è assai più difficile che per gli uomini. Secondo Amnil delle circa 700mila persone con disabilità in età da lavoro, solo il 31,3% ha un lavoro, tra le donne questa percentuale scende a poco più del 26%. Riflette il presidente nazionale dell’Associazione nazionale lavoratori mutilati e invalidi del lavoro Zoello Forni: “Ci preoccupa fortemente anche il dato secondo cui solo il 15,1% delle donne con disabilità in età lavorativa è in cerca di occupazione: si tratta di circa 50.000 donne, per lo più di giovane età, che vorrebbero contribuire all’economia nazionale partecipando attivamente al mercato del lavoro, ma ne vengono praticamente respinte”.

Riconoscere le differenze per costruire parità

Come le parole, anche le statistiche non sono neutre. Uomini e donne hanno, tra le altre cose, caratteristiche fisiche differenti, per garantire davvero salute e sicurezza nei luoghi di lavoro occorre partire proprio da qui. Scrivono le consigliere di amministrazione Inail Teresa Armato e Francesca Maione: “Intendiamo lanciare un segnale di sostegno al mondo del lavoro femminile, affinché ogni donna sappia che Inail è al suo fianco per sostenerla nella sua vita professionale e personale, valorizzandone il talento e il merito, fino al raggiungimento di condizioni di effettiva parità”. La festa della donna, inoltre, è l’occasione per “riaffermare con forza anche l’esigenza di un’appropriata formazione sui temi della tutela differenziata nei luoghi di lavoro”, partendo dalla consapevolezza che “l’uguaglianza di genere non è solo una questione etica e valoriale, ma una forma di avanzamento e progresso per una società più consapevole e matura”.

Riccardo Squillantini / Agenzia Sisntesi

Corpi differenti

Quando si parla di salute e sicurezza in gioco sono i corpi, dice ancora la segretaria della Cgil: “Se si pensa la medicina del lavoro in modo neutro, se nei documenti di valutazione dei rischi non si considera la diversità dei corpi non si garantisce la sicurezza delle donne. La prima cosa che salta agli occhi è la salute riproduttiva non considerata quando si parla di esposizione alle sostanze tossiche, alla faticosità eccetera. Certo, non dovrebbe affaticarsi esiste la tecnologia per evitarlo, ma quando ci si affatica il corpo delle donne ne risente in maniera diversa, proprio per come sia fatte sia fuori che dentro”.

Se davvero si vuole operare per costruire prevenzione la “formazione, sia dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, sia quelle delle aziende deve essere connotata di genere. Non solo, il governo continua ad affermare di voler puntare sulla formazione alla sicurezza nel lavoro a partire dalle scuole. Ecco, anche quella deve essere connotata di genere”.