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Il Tar del Lazio pianta un paletto e qualcuno ci sbatte la fronte. La precettazione dello sciopero del 17 novembre 2023 era illegittima. Tradotto per i cultori dell’uomo solo al comando: il diritto ad incrociare le braccia non è una funzione da disattivare quando disturba il palinsesto politico. Una sentenza che pesa, educa, umilia con garbo.
Il ministero dei Trasporti Salvini aveva ridotto lo stop come si abbassa il volume di una voce sgradita. Ferrovia, bus, mare, merci. Tutto accorciato, tutto normalizzato, tutto deciso a tarda sera. L’ennesima ordinanza muscolare che piace tanto al governo. Ma il Tribunale non ci casca, la guarda e la smonta pezzo per pezzo. Urgenza evaporata, necessità assente, motivazione fantasma.
C’è un dettaglio che fa male. La Commissione di Garanzia non aveva chiesto la precettazione. Aveva segnalato criticità, ottenuto correzioni, fatto il suo lavoro. Salvini ha saltato il passaggio, come chi passa col rosso convinto di avere la sirena morale. Peccato che la legge non funzioni a sensazioni.
Lo sciopero era annunciato da ventuno giorni, i servizi minimi garantiti, i cittadini tutelati. Nessun pregiudizio grave, nessuna emergenza. Solo il fastidio per un conflitto vero, organizzato, sociale. La sentenza lo dice senza urlare. La precettazione serve solo quando serve davvero. Non per dare una prova di forza.
Questa triste storia ci regala l’immagine di un ministro che tratta la Costituzione come un telecomando difettoso e un tribunale che, per fortuna, gli toglie le pile. La democrazia ringrazia. Il lavoro pure. Ogni tanto il diritto ricorda chi comanda davvero. E non indossa felpe.






















