La parola sicurezza oggi in Italia cammina in divisa, parla per decreti e ama le manette più delle soluzioni. Viene agitata come un talismano, utile a sedare coscienze e piazze. Protegge poco, controlla molto. Rassicura chi comanda, inquieta chi vive ai margini. Una sicurezza selettiva, chirurgica, con il bisturi puntato sempre nella stessa direzione.

Il dissenso diventa un fastidio amministrativo, la protesta un rischio da prevenire prima che accada. Ore di fermo senza un perché robusto, piazze trattate come stadi, poteri allungati come ombre al tramonto. La colpa precede il fatto, la paura sostituisce il processo. Una pedagogia autoritaria che educa all’obbedienza e disabitua alla voce.

Il bersaglio resta riconoscibile. Giovani irrequieti, poveri rumorosi, periferie già colpevoli, lavoratori instabili. Chi alza la testa viene abbassato di categoria, da cittadino a problema di ordine pubblico. La sicurezza si traveste da neutralità, mentre pratica una repressione di classe, elegante quanto basta per sembrare normale.

Poi arriva il capitolo giustizia, con l’idea che l’equilibrio dei poteri sia un orpello antiquato. Indipendenza come intralcio, autonomia come sospetto. Il diritto piegato alla convenienza, il controllo che risale la catena fino a diventare comando. Un sistema più docile, più prevedibile, quindi più pericoloso.

La sicurezza vera è tutta un’altra cosa. Ha mani sporche di lavoro, stipendi che bastano, scuole aperte, servizi che reggono, tribunali che funzionano. Ha prevenzione, presenza, cura. Tutto il resto è scenografia repressiva. La democrazia sopravvive solo se praticata, anche quando disturba. Soprattutto quando disturba.