C’è un’aria pruriginosa che gira per le scuole italiane. Sa di carta vecchia, di modulistica morale, di dita puntate con zelo civico. A Pordenone, e altrove, qualcuno ha deciso che la libertà di insegnamento è un vizio da monitorare, magari con un qr code. La modernità applicata alla delazione, elegante e tascabile.

L’idea è semplice e geniale nella sua ferocia. Studenti chiamati a segnalare docenti di sinistra colpevoli di pensare ad alta voce. Come se Omero fosse neutrale, come se Tacito votasse scheda bianca, come se la storia fosse una parete asettica e non un campo di battaglia. Il sapere ridotto a servizio automatico, inserisci il gettone ed esce la lezione.

Il professore che ha denunciato ha fatto un gesto antico e rivoluzionario, ha preso la parola. Trentacinque anni di greco e latino, quindi di conflitti, tragedie, potere e cadute. Spiegare significa esporsi. Educare significa scegliere. Chi finge il contrario mente con zelo amministrativo.

Come il sindaco fratellitaliota, con la voce pacata di chi scambia la gravità per eccesso di sensibilità. Il problema non sarebbe l’idea, solo il disordine. Come dire che il rogo è accettabile, purché ben organizzato. In nome di una scuola democratica che tollera tutto, tranne l’antifascismo praticato.

Il punto resta uno. Quando si inizia a schedare chi pensa, il bersaglio cambia in fretta. Oggi il professore di sinistra, domani chi non conosce a memora Ezra Pound. La scuola, per fortuna, nasce per fare rumore. Chi la vuole silenziosa, in genere, ha sempre paura della sua stessa ombra.