Febbraio spalanca il sipario e la nazione si trucca da soubrette costituzionale. L’Ariston si accredita come ministero del Canticchiare, dove la linea politica segue la scala musicale. L’Italietta si dispone in platea con l’aria grave delle grandi occasioni, pronta a difendere la Patria a colpi di vibrato. Altrove si discute di salari, qui di scalette. Priorità intonate.

Pucci si offende e resta al piano di sotto, novello Catilina con camerino vista mare. La Russa lo chiama dall’alto scranno con zelo da araldo medievale, quasi fosse l’ultima trincea dell’Occidente. La seconda carica dello Stato che supplica un comico è la fotografia nitida del tempo presente. La politica cerca talento in prestito, il cabaret offre sovranità emotiva.

Meloni valuta l’apparizione come si valuta un decreto urgente. Presenziare significa concedere aura, disertare significa nutrire sospetto. Ogni passo verso la Riviera pesa più di un consiglio dei ministri. La premier osserva il palco come un territorio conteso. La sovranità oggi si esercita anche in controluce.

Carlo Conti amministra serenità con la perizia di un notaio del buonumore. Smussa, armonizza, sterilizza. Poi la Pausini entra con fervore identitario, voce da comizio lirico e abito da tricolore sublimato. La canzone si fa vessillo, il ritornello assume tono di appartenenza. Il Festival metabolizza tutto e restituisce consenso in forma di applauso.

Il bello è che nessuno canta davvero, tutti suonano se stessi. Sanremo è lo specchio fedele del Paese, solo più onesto: almeno ammette di essere varietà. E mentre invochiamo Baudo come un santo laico, capiamo la verità sconveniente. Non vogliamo il passato, vogliamo un direttore artistico che ci diriga la vita. Magari stonato, purché vinca al televoto.