Papaveri alti, papere starnazzanti, Paperoni che nuotano nell’oro come fosse acqua tiepida. Il 2025 incorona oltre tremila miliardari, una corte reale senza castello ma con jet privati. Diciottomila miliardi di dollari ammassati in alto, otto volte il Pil italiano, mentre sotto si distribuisce la polvere. Altro che gocciolamento, qui piove al contrario.

Dodici Paperoni possiedono più della metà povera del pianeta. Quattro miliardi di persone contro una dozzina di portafogli. Davos applaude, Oxfam intitola “Nel baratro della disuguaglianza” e fotografa l’ovvio scandaloso. La ricchezza estrema diventa lasciapassare politico, influenza elegante, comando esplicito. Il potere pubblico ascolta chi paga il biglietto più caro.

Intanto i poveri vengono parcheggiati ai margini, con diritti spelacchiati e welfare a dieta forzata. Gli aiuti globali calano, i debiti crescono, le forbici tagliano vite. Quattordici milioni di morti in più entro il 2030, compresi milioni di bambini. Un sacrificio umano presentato come effetto collaterale, con grafici puliti e coscienze sporche.

L’Agenda 2030 diventa una barzelletta triste. La povertà estrema ristagna, in Africa risale, mentre i facoltosi crescono anche quando fingono di donare. Distribuire l’aumento delle loro ricchezze darebbe 250 dollari a testa e li lascerebbe comunque più ricchi di prima. Ventisei volte: tanto basterebbe a togliere milioni dalla fame.

Poi arriva la democrazia che tossisce. Lobby milionarie battono i sindacati, lo stato sociale arretra, l’autoritarismo avanza. Dove la disuguaglianza dilaga, lo spazio civico si chiude. Papaveri sempre più alti, papere sempre più mute. I Paperoni sorridono. Il conto, come sempre, lo pagano gli altri.