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Esiste un punto in cui la retorica smette di essere brillante e diventa stonata. Carlo Nordio ha scelto “para-mafioso” per descrivere la magistratura, proprio mentre il Paese discute e si prepara al referendum sulla giustizia. Un prefisso maneggiato con disinvoltura, come fosse un vezzo linguistico. Peccato che quella parola inciampi su un cimitero civile che ancora brucia nella memoria collettiva.
Falcone e Borsellino fatti a pezzi dal tritolo. Livatino assassinato a 38 anni. Terranova, Chinnici, Scopelliti, Costa, Montalto. Magistrati, servitori dello Stato, bersagli veri della mafia vera. Davanti a quella scia di sangue, il gioco semantico suona come una caricatura crudele. L’ironia si dissolve e resta un silenzio pesante.
“E allora Gratteri?”, sbraitano da destra. Tre decenni sotto scorta, figli cresciuti tra uomini armati e percorsi blindati. A lui si impartiscono lezioni di misura e decenza. La scena ha qualcosa di surreale: chi vive nel mirino invitato alla compostezza da chi siede al riparo di un’immunità.
Definire “para-mafioso” il sistema giudiziario significa insinuare un sospetto collettivo su chi indaga clan che fatturano miliardi e controllano territori. È una carezza alla delegittimazione, un assist a chi sogna magistrati isolati e opinione pubblica confusa. La mafia prospera quando lo Stato si scredita da solo.
Un ministro della Giustizia dovrebbe pesare le parole come sentenze. Qui invece si distribuiscono etichette. Il para-ministro imbarazzante è la fotografia di una classe dirigente che scambia la polemica per riforma e il prefisso per coraggio. Intanto chi combatte la mafia continua a vivere sotto scorta. E chi governa continua a vivere sopra le righe.






















