Donald Trump vuole la Groenlandia come un bambino viziato vuole il regalo più grosso a Natale. La indica col ditino, gonfia il petto, promette tempesta se qualcuno osa dire aspetta. La politica estera diventa capriccio stagionale, l’impero una cameretta disordinata dove tutto sembra dovuto.

La Groenlandia appare così un giocattolo polare, bianco e smisurato. Dentro ci sono rotte, minerali, controllo militare. Fuori ci vivono persone. Dettaglio ornamentale. Nel suo sguardo l’isola pesa quanto un marchio, vale quanto una leva, serve a sentirsi grandi davanti allo specchio.

Con le buone o con le cattive diventa prassi. E se la presa diretta inciampa, arrivano i dazi. Un ricatto con il fiocco, la punizione economica come castigo educativo. Pagate pegno o piangete. Il mercato usato come sculacciata, la dogana come angolo della vergogna.

L’Europa assiste con il sorriso teso di chi teme la scenata. Media, balbetta, promette dialoghi. Copenaghen alza la voce a bassa intensità, Nuuk resta sospesa come pacco senza destinatario. L’alleanza atlantica si scopre asilo nido con educatori stanchi.

Il punto resta brutale. Se il mondo accetta che il potere funzioni come un capriccio premiato, ogni confine diventa provvisorio, ogni terra una tentazione. Vince chi urla di più, chi pesta più forte. E il futuro somiglia a una stanza devastata dopo una festa di Natale finita male.