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Prima l’insulto. Secco, pubblico, senza mediazioni. Leone XIV “debole”, “pessimo”. Poi lo scarto immediato, quasi automatico. L’immagine di Trump travestito da Cristo, luce artificiale, angeli da catalogo, folla inginocchiata. Nessuna distanza tra comando e delirio. Una continuità lineare, liscia, inquietante.
Il Papa parla di Vangelo. Di Iran e Libano sotto le bombe. Parole essenziali, antiche, che pesano. Dall’altra parte un torrente sporco, gonfio di ossessioni. Criminalità, nucleare, rancori riciclati. E quella frase che resta appiccicata addosso: “Il Papa è lì grazie a me”. San Pietro retrocesso a nomina politica, quasi un incarico a tempo determinato.
Non è scontro tra istituzioni. È occupazione. Il potere che entra nel sacro, lo svuota, lo rimodella, lo espone. Si autoproclama, si benedice, si adora. Il cielo trasformato in palco permanente. Dio degradato a concorrente elettorale, da battere a colpi di consenso e pixel.
Intorno, il vuoto organizzato. Qualche vescovo americano prova a ricordare l’ovvio, con voce sottile. In Italia, riflessi condizionati. Giorgia Meloni, devotissima a geometria variabile, alla fine prende le distanze, condanna l’insulto. Parole misurate, tardive, calibrate sul vento. Più diplomazia che fede, più equilibrio che indignazione.
Resta una traiettoria che inquieta per precisione. Attacco al Pontefice, investitura divina, colonizzazione dell’immaginario. Escalation già compiuta sul piano simbolico. A questo punto la domanda smette di sembrare provocazione e diventa logica conseguenza. Donald, quando bombarderai il Vaticano?






















