Esiste una strana febbre che prende a Palazzo Chigi, una specie di gara di resistenza più che di governo. Si sale le scale, si guardano i ritratti e parte la sfida silenziosa con i fantasmi. Non governare meglio, ma restare di più. Una maratona senza traguardo, dove il cronometro diventa programma politico.

Giorgia Meloni scala la classifica della longevità e qualcuno applaude come se fosse una riforma. Ma durare non è governare, è far finta di esistere. Anche le muffe durano e non per questo migliorano l’aria. Il punto non è quanto stai, ma cosa fai e cosa lasci. E qui il bilancio somiglia a una stanza rimasta uguale, solo più impolverata.

Il mito della stabilità è diventato un feticcio. Stabilità per fare cosa? Il debito cresce, la crescita langue, l’industria affonda e il Pnrr sparisce tra burocrazie e occasioni perse. Si galleggia bene, certo. Ma galleggiare non è navigare. È sopravvivere senza incidere.

Anche sul fronte delle riforme il tempo si è fermato. L’autonomia si arena, il premierato sonnecchia, la giustizia inciampa, la povertà cresce. L’unica cosa davvero stabile è l’immobilismo, che ha il pregio di non disturbare ma il difetto di non cambiare nulla. Un esecutivo perfettamente fermo, semaforo rosso che lampeggia a vuoto.

E allora sì, il record è arrivato. Medaglia al petto, foto di rito, applausi di circostanza. Ma è la celebrazione di un equivoco. Aver scambiato la durata per la direzione, la resistenza per il coraggio, il tempo per la politica. Una lunga permanenza può essere anche una lunga occasione mancata. O una lunga agonia, come in questo caso