Bastano due settimane scarse, il tempo di un’influenza, di una bolletta dimenticata, di una visita oncologica rinviata. Poi la porta si spalanca e la Repubblica del presepe vivente deposita sul marciapiede materassi, pentole, fotografie di battesimi e scarpe da ginnastica numero trentadue. La destra che ama la famiglia, purché pieghevole e invisibile, ha trovato il modo di trasformare la povertà in procedura accelerata.

Oltre l’80% degli sfratti nasce dalla morosità. E i mancati pagamenti si concentrano soprattutto nei canoni sotto i 500 euro. Dunque il bersaglio possiede già poco. Nessun esercito di furbi barricato negli attici con jacuzzi e parquet in mogano. Parliamo di cassiere, pensionati, magazzinieri, madri sole, lavoratori inghiottiti dentro la nebbia dei contratti a ore.

Ma chissenefrega, il governo ha tagliato il fondo per gli affitti e quello per la morosità incolpevole. Prima si svuota il salvagente, poi si impartisce una lezione di nuoto agli annegati. Chi perde il lavoro trattato come un sabotatore della patria immobiliare. Chi si ammala acquisisce il profilo del debitore sospetto.

Ogni anno circa 40 mila sfratti per insolvenza attraversano il Paese. Dentro quei numeri respirano bambini che cambiano scuola tre volte, anziani scaraventati fuori dal quartiere dove hanno consumato l’intera vita, famiglie triturate dal mercato immobiliare e da salari infami. Però il dibattito pubblico preferisce la criminalità dei poveri a quella degli affitti impossibili.

Eccola, la nuova idea di ordine sociale. Una nazione dove la casa smette di essere diritto e diventa una lotteria morale gestita da chi scambia la sofferenza per colpa. La ferocia arriva sempre vestita bene. Usa decreti, sorrisi televisivi, parole come “rapidità” e “certezza”. Poi lascia una famiglia sul pianerottolo e chiama tutto questo civiltà.