Partiamo da qui. “Salario giusto” è l’etichetta scelta dal governo. “Salario minimo” è invece quello che manca. Il primo coincide con i minimi dei contratti collettivi. Il secondo è una soglia fissata per legge. E non è proprio la stessa cosa.

Il salario giusto fotografa l’esistente. E l’esistente, oggi, è pieno di distorsioni. Contratti pirata. Accordi al ribasso. Minimi che in alcuni casi stanno sotto la soglia di dignità. Dentro questo quadro, dire “giusto” significa accontentarsi, accettare quel livello come sufficiente.

Il salario minimo fa esattamente l’opposto. Stabilisce un limite valido per tutti. Sotto non si scende. Non importa quale contratto applichi. In Europa funziona così. E funziona piuttosto bene.

Qualche esempio: In Germania la soglia supera i 12 euro l’ora. In Francia si aggiorna automaticamente con l’inflazione. In Spagna è stata alzata a 1.221 euro lordi al mese su 14 mensilità. Una legge. Un numero. Un argine.

In Italia no. Qui la soglia cambia da contratto a contratto. E il mercato sceglie sempre quello più conveniente. Per le imprese, non per chi lavora. Ecco perché il salario minimo è meglio. Perché non dipende dai rapporti di forza.

Perché non può essere aggirato con un contratto più debole. Perché rende esigibile un principio semplice: il lavoro non può essere pagato sotto una certa soglia. Insomma, il “salario giusto” rischia di fermarsi al nome. E allora il punto è esattamente questo.

Vogliamo una soglia che protegga tutti o una definizione che suona bene ma vuota di contenuti? Perché tra salario giusto e salario minimo non cambia la formula. Cambia la distanza tra lavoro e dignità.