PHOTO
Un mestiere antico, quasi artigianale, oggi torna di moda: il rabdomante di tombe. Cammina tra lapidi discordi, ascolta il silenzio e poi lo traduce in un’unica lingua, liscia, accomodante. Eccolo all’opera, tra Milano e il suo doppio fondo, a misurare la profondità delle fosse come se tutte restituissero la stessa acqua.
Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato, parla al Salone del Mobile e consegna ai cronisti il suo rito personale: quando era ministro della Difesa deponeva una corona ai partigiani al cimitero e poi si recava al Campo 10, dove riposano i caduti della Repubblica Sociale. Gesto “doveroso”, dice, segno di una pacificazione che rifarebbe.
Dentro quella liturgia si compie una riduzione brutale. La Resistenza diventa episodio, Salò una variante sfortunata. Si smarrisce la frattura, la decisione, il rischio. Chi combatteva per liberare il Paese e chi lo inchiodava al fascismo vengono compressi nello stesso racconto pietoso. Il sangue cambia densità, diventa decorazione.
Il lessico aiuta. “Pacificazione” scivola come olio caldo sulle pagine, cancella attriti, spegne giudizi. Intanto riemerge un odore conosciuto, acre, di archivi mai chiusi davvero. Il fascismo non irrompe, filtra. Si ripresenta in abiti civili, si accomoda, ottiene cittadinanza memoriale. E trova portavoce zelanti, capaci di dirlo senza dirlo.
Il 25 aprile resta lì, ostinato, come una linea che divide. Da una parte chi scelse la libertà, dall’altra chi la combatté. Non serve alzare la voce, basta tenere ferma la distinzione. Chi la diluisce, chi la rende fluida, esercita un potere preciso. Non riconcilia, rimescola. E nel rimescolio, guarda caso, qualcosa riaffiora sempre.






















