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Fun-zio-ne-ran-no, ha giurato Meloni con l’energia di chi cerca di domare l’universo a colpi di sillabe. Accanto a lei, Rama annuiva come un maestro di cerimonie pronto a benedire qualsiasi formula purché scintilli. Un vertice pieno di strette di mano così solenni da sembrare coreografate da un autore di musical patriottico impegnato a far sparire la nube tossica dei centri in Albania.
L’accordo firmato dai due leader pare una lista della spesa scritta dopo tre limoncelli e un delirio di onnipotenza. Sanità, energia, ambiente, difesa, innovazione, diaspora, crescita tramite innovazione. Mancavano solo astrologia e idromassaggio. È la geopolitica dell’abbondanza verbale, quella che fa sembrare tutto possibile anche quando nulla regge l’urto del buon senso.
Sotto questa montagna di ambizioni biodegradabili cova però l’ingombrante spettro del capolavoro balcanico. I centri extraterritoriali che dovevano mostrare muscoli e disciplina si sono rivelati un bozzetto sgualcito. Ritardi, spese in aumento e una tenuta giuridica che sembra concepita più per confondere che per funzionare.
Eppure, nel summit romano, Meloni e Rama si sono esibiti in un elegante tentativo di mimetizzazione. Hanno rilanciato, allargato, amplificato. Hanno trattato il fallimento come una macchiolina da coprire con una colata di annunci. Una nebbia così fitta da far pensare a un nuovo stile diplomatico.
Poi però arriva il conto. E il conto non applaude. L’Italia osserva quei centri come si guarda una scultura moderna piazzata per sbaglio nel cortile di casa: ingombrante, costosa, incomprensibile. Fun-zio-ne-ran-no, ripetono i due. Ma l’unica cosa che procede spedita è la distanza fra ciò che annunciano e ciò che accade, un vuoto che inghiotte promesse, bilanci e quel balcone da cui continuano a lanciare proclami travestiti da illusioni.























