Gli anniversari sedano le coscienze come valeriana civile. Dieci anni diventano una cifra tonda, comoda, igienica. Giulio Regeni invece resta una ferita aperta, scomposta, senza garze retoriche. Giovane, brillante, ricercatore di Oxford, rapito al Cairo come si spegne una luce scomoda. Torturato con metodo, ucciso con disciplina. Un corpo restituito come messaggio politico.

Giulio studiava i sindacati, cioè la materia più esplosiva per un regime che confonde il dissenso con il contagio. Faceva domande, prendeva appunti, credeva nella conoscenza come forma di libertà. Ingenuità imperdonabile. Il suo errore fu fidarsi di un mondo che si racconta aperto e poi si chiude a chi bussa troppo forte. L’Egitto lo ha ingoiato, l’Occidente ha fatto finta di interessarsene.

Dieci anni dopo, il processo cammina come un vecchio ostinato, azzoppato da cavilli e cortesie diplomatiche. I carnefici restano fantasmi in divisa, protetti da una ragione di Stato che sa essere molto ragionevole quando conviene. Il diritto, piegato come origami, diventa alibi. La giustizia, una parola da conferenza stampa.

Eppure Giulio continua a disturbare. Disturba chi vende gas e compra silenzi. Disturba chi invoca valori e firma contratti. Disturba perché dimostra che un ragazzo disarmato può diventare uno spartiacque morale. Una generazione si è formata sul suo nome, sul giallo ostinato, su quella domanda semplice e insopportabile. Di chi è la responsabilità?

Dieci anni senza Giulio e senza giustizia non sono un lutto, sono un’accusa. Finché il suo nome resta senza risposta, ogni stretta di mano pesa il doppio. La memoria qui serve a graffiare, non a consolare. Perché Giulio non è il passato che passa. È il presente che giudica.