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Disposizioni urgenti per il piano casa. Il decreto n. 66 del 2026 è entrato in vigore l’8 maggio. Adesso il parlamento ha due mesi di tempo per convertirlo in legge, la scadenza è l’8 luglio. Ma mentre l’iter è già iniziato, le criticità, i tanti aspetti negativi di un provvedimento inadeguato e tardivo rimangono. Non si tratta di slogan, delle solite lagnanze dei sindacati e delle organizzazioni degli inquilini, ma di limiti reali.
Che sono: la svendita del patrimonio di edilizia pubblica, la mancanza di misure che mettano al riparo dalla speculazione, l’abdicazione dello Stato al ruolo di garanzia dei diritti sociali. E ancora: la delega totale al mercato privato di un problema che invece ha bisogno di un forte intervento pubblico, la scarsezza delle risorse messe in campo, il mancato coinvolgimento delle parti sociali. Tutti elementi sui quali bisognerebbe intervenire in fase di conversione.
Un milione di famiglie in difficoltà
“La risposta del governo alla crisi abitativa, al di là dell’annuncio di 100 mila alloggi e 10 miliardi di euro in dieci anni è un piano casa che nasconde l’apertura alla rendita immobiliare e l’ulteriore dismissione del patrimonio di edilizia pubblica, i cui ricavi non saranno destinati a nuove case, ma alla copertura del debito pubblico – denunciano i segretari Daniela Barbaresi, Cgil, Antonio Di Franco, Fillea, Stefano Chiappelli, Sunia -. Un milione di famiglie in condizioni di povertà assoluta che vive in affitto, un milione e mezzo in condizioni di disagio abitativo grave o acuto e 350 mila in graduatoria da decenni per una casa popolare: sono i numeri di un’emergenza sociale crescente alimentata dalla precarizzazione del lavoro, dalla caduta dei redditi e dalle diseguaglianze crescenti”.
Deludente, tardivo, inadeguato
Insomma, un piano deludente, tardivo e inadeguato. Soprattutto sotto il profilo delle risorse. Quelle certe sono solo 970 milioni di euro spalmati in 5 anni, fino al 2030. Si tratta di fondi già stanziati con le leggi di bilancio 2024, 2025 e 2026, così distribuiti: 116 milioni per il 2026, 216 milioni per il 2027, 228 milioni per il 2028, 180 milioni per il 2029 e 230 milioni per il 2030. Il decreto prevede poi ulteriori risorse dal 2027 al 2034, senza però l’indicazione delle reali disponibilità, che non sono fondi aggiuntivi ma destinati a progetti di rigenerazione urbana e confluiti nel Pnrr.
“Non c’è nessuna previsione di stanziamento per i fondi di sostegno all’affitto e per la morosità incolpevole delle famiglie in affitto da privati, necessari per intervenire su condizioni di particolare difficoltà economica, prevenendo nuovi sfratti” proseguono i segretari di Cgil, Fillea e Sunia. Il riferimento è a misure che nel primo caso sono prive di risorse da tre anni, nel secondo le cifre su cui si può contare sono davvero limitate.
Sos sfratti
“In relazione agli sfratti, suscitano grande preoccupazione e contrarietà i contenuti del disegno di legge con dichiarazione d’urgenza annunciato in conferenza stampa dal governo unitamente alla presentazione del piano casa – aggiungono i tre segretari -, con norme per rendere più efficace e più rapida l’esecuzione, compresi i casi di scadenza del contratto di affitto o di morosità dell’affittuario. Con le nuove regole vengono accelerate le procedure di sfratto, attraverso riduzione dei termini, penali per il ritardo nella riconsegna dell’immobile e con tutele delle fragilità limitate al minimo, in una logica punitiva se non addirittura persecutoria nei confronti delle famiglie in difficoltà. Questo, in assenza di sostegni adeguati e della possibilità di un passaggio da casa a casa, avrà impatti sociali fortissimi”.
Si svende il patrimonio
Il quadro disastroso non si limita a questo, perché riguarda anche il patrimonio di edilizia residenziale, che in Italia è molto inferiore rispetto agli altri Paesi europei e non risponde minimamente ai bisogni reali. Ebbene, da un lato si afferma di voler attuare un piano di manutenzione e recupero di alloggi pubblici e di quelli destinati all’edilizia sociale per incrementare, appunto, il patrimonio.
Ma dall’altro si prevede di mettere in vendita una parte delle case Erp, le cui procedure saranno contenute in un decreto da emanare entro sessanta giorni. E quindi? All’orizzonte si materializza un nuovo piano di dismissioni del patrimonio pubblico, già impoverito nel tempo. E come se non bastasse, i ricavi delle vendite non sarebbero destinati a nuovi alloggi ma al pagamento del debito pubblico.
Più privato e sempre meno pubblico
Mentre si rafforza quindi il ruolo del mercato privato, non si prevedono riforme strutturali importanti, che dovrebbero accompagnare un piano casa. Quali? Per Cgil, Fillea e Sunia, “una legge quadro sulle locazioni brevi, che stanno creando un mercato parallelo con impatti rilevanti su quello delle locazioni a lungo termine, una normativa quadro sull’edilizia residenziale sociale, una legge quadro sugli ex Iacp che definisca regole omogenee per tutti gli istituti.
Contestualmente, si indebolisce ulteriormente il comparto dell’edilizia pubblica e si punta prevalentemente sul sistema privato, sia in termini di finanziamento che di gestione, che non assicura risposte socialmente significative, rischia di orientare gli interventi secondo logiche esclusivamente legate al mercato e a favore della rendita immobiliare.
“Il governo dovrebbe invece riconoscere che la casa è un diritto, come la salute, l’istruzione, il lavoro – concludono Barbaresi, Di Franco e Chiappelli -, e considerare il servizio abitativo destinato ai cittadini che si trovano in una situazione di disagio economico come parte dei livelli essenziali delle prestazioni sociali, da garantire su tutto il territorio nazionale”.






















