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C’è chi sale sul podio con la bacchetta e chi con il fischietto. Beatrice Venezi sceglie il secondo, chiude la partita prima dell’accordatura e liquida il dissenso con una risata. Alla Fenice il conflitto arde, lei suggerisce Swarovski al posto delle spillette. Il lavoro ridotto a vezzo grafico, la protesta trattata da accessorio fuori moda.
Il quadro però pesa. Un teatro pubblico, simbolo internazionale, affidato a una direttrice legata a doppio filo al potere politico che l’ha voluta. Consigliera ministeriale, premiata a Atreju, celebrata nei salotti della destra culturale. Amica di Giorgia e sorella d’Italia. I professori contestano il profilo artistico, non l’aria che tira. Lei risponde piccata. La musica resta in attesa.
Venezi si dice perseguitata e globale. Lavora all’estero, dunque immune da sospetti. Un ragionamento elegante, quasi lirico. Intanto spiega che il vero scandalo sarebbero i sindacati, colpevoli di esistere in un teatro finanziato dallo Stato. L’anarchia diventa insulto universale, utile a screditare chi chiede voce e dignità.
Carmen viene arruolata a manifesto personale. Libertà invocata tra una prefazione e una cartomante. Spiriti liberi contro una società ottusa. Peccato che qui la libertà coincida con l’assenza di contraddittorio. Chi critica disturba, chi protesta rovina l’immagine, chi lavora deve applaudire in silenzio.
La partita finirà, certo. Resta da capire chi tiene la bacchetta e chi paga il biglietto. Per ora il teatro somiglia a un palcoscenico occupato per fratellanza, dove la propaganda copre le note. La Fenice conosce la rinascita, ma qualcuno continua a giocare col fuoco, sorridendo.






















