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Pare quasi un accanimento terapeutico. Una proposta di legge per salvare la sanità pubblica in un Paese dove le liste d’attesa somigliano a soggiorni spirituali, utilissimi a rafforzare il carattere. Un’ecografia nel 2029 tempra l’anima, educa alla pazienza, ricuce il rapporto con l’eternità. Del resto il cittadino italiano ama l’effetto sorpresa.
E quale bisogno esisterebbe di rafforzare il Servizio sanitario nazionale? I pronto soccorso offrono già un’esperienza immersiva. Barelle nei corridoi, neon lividi, anziani parcheggiati come bagagli smarriti. Una gigantesca escape-room clinica dove il premio finale consiste nel trovare un medico ancora cosciente dopo quattordici ore di turno.
Poi gli appalti. Tema delicatissimo, certo. E allora perché toccare un meccanismo tanto armonioso? L’Italia custodisce lavoratori felici, salari evanescenti, subappalti che si moltiplicano come amebe radioattive e una sicurezza talmente efficiente da trasformare ogni cantiere in una roulette esistenziale. L’operaio esce di casa con la stessa adrenalina di un paracadutista senza paracadute.
La Cgil parla di dumping contrattuale, precarietà, diritti. Romanticismi del Novecento. Il mercato moderno pretende fantasia. Contratti evanescenti, cooperative usa e getta, gare vinte al ribasso da figure epiche mezze iene e mezzi imprenditori. Eppure il sistema regge, cigola, tossisce, cade a pezzi, però regge. Come certi palazzi puntellati con la fede.
Eccole dunque le firme da raccogliere e poi le norme da cambiare. Fastidiosi dettagli in un Paese che ha trasformato il declino in arredamento urbano. Guai a disturbare la grande narrazione nazionale, quella dove tutto funziona magnificamente purché si eviti di guardare dentro un ospedale, sotto un cantiere o tra le righe di una busta paga.






















