Il 29 novembre 1988 Bruno Trentin viene eletto segretario generale della Cgil. Il primo atto della sua segreteria è la Conferenza programmatica di Chianciano, nell’aprile successivo. Trentin rompe gli indugi e illustra il suo progetto, avanzando l’ipotesi di una nuova Cgil, sindacato dei diritti, della solidarietà e del programma. E avviando un processo di autoriforma che proseguirà con la Conferenza di organizzazione di Firenze del novembre 1989 e il Congresso di Rimini del 1991, per concludersi nel giugno 1994, sempre a Chianciano, con la Conferenza programmatica della Confederazione.

Sul piano organizzativo, la novità più rilevante è lo scioglimento delle componenti storiche collegate ai partiti di riferimento della sinistra italiana. In questo modo la dinamica tra maggioranza e opposizione si sarebbe sviluppata all’interno del sindacato non tanto sulla base della vicinanza a un partito o a una coalizione di governo, quanto in virtù della condivisione o meno di un programma di governo dell’organizzazione.

Sul piano rivendicativo, la Cgil accetta di contribuire alla riforma della contrattazione collettiva e di discutere con gli interlocutori pubblici e privati l’introduzione della politica dei redditi attraverso il sistema della concertazione, individuata come il principale strumento per riportare sotto controllo l’esplosione del debito nazionale.

Entrambi questi temi saranno introdotti con lo storico accordo siglato nel luglio 1993 con il Governo Ciampi, evento rivelatosi presto decisivo per il risanamento dei conti pubblici e per l’ingresso dell’Italia nell’Unione Europea.

Nel giugno 1994 si chiude a Chianciano la seconda Conferenza programmatica della Cgil.

Trentin lascia la direzione della Confederazione: “Quella Cgil che conosco bene e di cui lascio la direzione con un sentimento di infinita riconoscenza […] un sindacato di donne e di uomini che si interroga sempre sulle proprie scelte e anche sui propri errori, che cerca di apprendere dagli altri per trovare tutte le energie che gli consentano di decidere, di agire, ma anche di continuare a rinnovarsi, di dimostrare con i fatti la sua capacità di cambiare e di aprirsi a tutte le esperienze vitali e a tutti i fenomeni di democrazia che covano ora e che covano sempre nel mondo dei lavoratori”.

Riportiamo a seguire il suo discorso di congedo al Comitato direttivo della Cgil nazionale (Roma, 27-29 giugno 1994).

"Temo che questa volta la darò vinta a Valeria Fedeli, che ha polemizzato con me per la faccia di bronzo che ero capace di mantenere, ma sarei un ipocrita se negassi che provo in questo momento una profonda emozione, anche un senso di dolore, come accade ogni volta che si interrompe un modo di operare e anche un tipo di vita, mentre si affronta con qualche ansia un futuro che deve essere ancora disegnato.

E pesa anche in me il timore di vedersi allontanare i rapporti umani con molti di voi, che sono sempre stati capaci di arricchirmi e che sono inseparabili nel mio lavoro, nella Cgil e nella mia vita; particolarmente con coloro con i quali ho avuto una lunga dimestichezza e un dialogo a volte polemico che temo possa venire in qualche modo interrotto.

È questo un prezzo inevitabile da pagare, io credo, di fronte a un cambiamento personale così rilevante come quello che io sto vivendo, anche se si tratta in questo caso, come sapete bene, di un cambiamento fortemente voluto e che mi sembra oggi, ancora più di ieri, una scelta giusta e necessaria. Necessaria per la Cgil, necessaria anche per me.

Credo però di poter dire che provo anche in questo momento, come militante della Cgil, un sentimento confuso di riconoscenza, ma anche di fierezza, per tutto quello che mi hanno dato questa organizzazione e le persone che ho potuto conoscere, scoprire, stimare, apprendendo molto da loro.

Riconoscenza anche per le prove dure che, come molti di voi, ho dovuto affrontare, per gli insegnamenti che ne ho ricevuto e perché mai esse sono state vissute in totale solitudine: anche in chi dissentiva radicalmente ho potuto sempre cogliere rispetto e affetto di cui li ringrazio.

Fierezza, anche, per essere stato in alcuni momenti tra le persone che hanno contribuito a un cambiamento di questa organizzazione e alla sua ripresa in una situazione tra le più difficili che il movimento sindacale abbia vissuto nel nostro paese. Guglielmo lo ha ricordato nel suo intervento: avrei potuto lasciare la direzione della Cgil nei primi di agosto del ’92 e vi assicuro che la mia scelta non era dettata da furbizia o da secondi fini.

Ma vi sono grato di avermi consentito, forzando anche la mia volontà, di dare un senso, un significato a un gesto che per me fu estremamente doloroso anche se necessario: si trattava di assumere una sconfitta e nello stesso tempo di non rompere con un fronte sindacale in modo da tenere aperta una strada, se c’era, per una rimonta unitaria e per non rimanere soltanto, per un lungo periodo, una forza di testimonianza.

Io credo che l’accordo che abbiamo concluso un anno dopo, e dopo una consultazione dei lavoratori, ha segnato questa ripresa; nessuno ha nascosto tra di noi i suoi limiti, le sue ombre, le sue velleità e le sue genericità, ma io credo, guardando proprio a quello che l’accordo del ’92 aveva compromesso o distrutto (e non si trattava soltanto della scala mobile), che solo una grave sottovalutazione del movimento sociale che ha scandito i mesi dall’autunno del ’92 agli inizi del ’93 può condurre a una lettura dell’accordo del ’93 che svaluti le grandi potenzialità che, con tutti i limiti che contiene, esso apre ancora al movimento sindacale.

Soltanto una lettura masochista può ignorare dei risultati che portano anche, lo sappiamo e lo diciamo senza orgoglio o boria di organizzazione, il segno della Cgil, con la consapevolezza che senza la Cgil quell’accordo non sarebbe stato lo stesso.

La conquista di due livelli di contrattazione in tutto il mondo del lavoro, includendo la riforma del rapporto di lavoro nel pubblico impiego; la conquista di rappresentanze sindacali unitarie abilitate alla contrattazione collettiva resta, con tutti i limiti che hanno preceduto quell’esperienza e che hanno segnato quell’intesa, una conquista che il movimento sindacale italiano non aveva mai raggiunto da quando esiste; una conquista che non ha precedenti oggi, che io sappia, nel movimento sindacale in Europa.

Oggi siamo in condizione di agire con molto rigore, intanto per colmare l’enorme distacco che esiste, e che forse si accentuerà con il governo che abbiamo di fronte, fra gli impegni assunti nell’accordo del 23 luglio 1993 e i fatti e gli atti concreti che il governo a un certo momento adotterà. Fra questi impegni, se n’è parlato nella giornata di ieri e dell’altro ieri, ci sono certamente anche quelli riguardanti la cosiddetta concertazione, ossia la verifica della dinamica dei prezzi e delle tariffe e l’adozione di eventuali misure atte a contenere la crescita di tutti i redditi, qualora superassero un tasso di inflazione ritenuto valido tra le parti attraverso il consenso delle parti, attraverso lo strumento fiscale.

Si può dire, quindi, anche a questo proposito, non concentrando la nostra attenzione su questioni di parole, che c’è concertazione solo se c’è accordo sul modo in cui governare queste variabili. La concertazione non è un dato acquisito, è l’eventuale sbocco di una ricerca che non si chiama contrattuale solo perché i soggetti sono diversi e soggetti anche essi a responsabilità diverse.

Ho richiamato questo perché sono consapevole, come tutti voi, che viviamo una situazione estremamente difficile con elementi di forti pericolo per il movimento sindacale, soprattutto se venisse a mancare una tenuta unitaria nella capacità di proposta, di sostegno coerente delle proposte di fronte al governo e alle altre controparti e soprattutto di mobilitazione delle nostre strutture e dei lavoratori intorno a queste proposte.

Sono consapevole delle prove difficili che ci attendono, e anche delle trappole che possono configurarsi, ma credo che possiamo affrontarle da posizioni più forti rispetto al passato. Ecco perché prego molti compagni, e soprattutto quelli che per i litigi che abbiamo avuto mi sono più cari e più amici, di non passare dalla sacrosanta autocritica al masochismo.

Se non ci fossero stati questi risultati e con essi anche le battaglie che abbiamo potuto condurre prima di tutto, come Cgil, sui diritti, sul controllo dei licenziamenti nelle piccole imprese, sulle prime forme di legislazione per i lavoratori immigrati, sulla riforma del rapporto di lavoro nel pubblico impiego, nel contenere gli attacchi allo Stato sociale che si sono succeduti in tutti questi anni; se non ci fosse stato il segno, il marchio della Cgil in grandi vertenze che hanno avuto un ruolo esemplare, come quello alla Fiat, su nuove strategie di politica industriale e di codecisione nelle politiche dell’occupazione.

Se non avessimo la prospettiva di vedere consolidato nel contratto dei chimici (e io mi auguro tra poche ore nel contratto dei metalmeccanici) il principio incondizionato del diritto alla contrattazione nei luoghi di lavoro e nel territorio, ricordandoci tutti quale era la bandiera della Confindustria ancora nell’autunno ’92; se non facessimo i conti sui risultati, certo ancora fragili, delle elezioni delle Rsu; allora davvero lavoreremmo per il Re di Prussia, non riusciremmo più a distinguere un anno dall’altro, un mese dall’altro, un’esperienza dall’altra, fatto tanto più grave che le abbiamo vissute tutte insieme queste esperienze.

Sono ben consapevole, l’ho detto alla Conferenza di programma, che nel divorzio che tocchiamo con mano in tutte le regioni italiane, sia pure in modo diverso, fra il voto alle Rsu (l’alta percentuale di partecipazione al voto, la fiducia data al sindacalismo confederale, il successo che riportano le liste della Cgil, alla Fiom siamo ritornati a prima del 1955) e quello alle politiche c’è il segno di una divaricazione fra gli orientamenti politici e quelli sociali di tanta parte della popolazione, e anche dei lavoratori; c’è il segno di una schizofrenia preoccupante, che non può durare e non durerà.

Ma c’è anche qualche cosa di più: quando c’è non solo tenuta, ma crescita dell’autorità, del peso che la Cgil si è conquistata in questi anni, c’è anche un atto di fiducia, sia pure provvisorio, che dobbiamo sapere onorare e che non dobbiamo ignorare.

Provo un sentimento di fierezza anche perché sono convinto di lasciare la segreteria della Cgil e la Cgil in un clima molto diverso da quello che ha segnato la vita anche di questo Comitato direttivo all’indomani del Congresso di Rimini.

Non parlo di stile, di rispetto reciproco nella discussione, che non è mai mancato – se una cosa ha contraddistinto il lavoro di questo organismo è proprio il clima di grande civiltà anche quando ci dicevamo le cose più orribili –, ma parlo del rischio, sul quale vi ho intrattenuto e annoiati anche troppo, di cristallizzazione delle posizioni in una logica di schieramenti contrapposti e sussistenti quasi per forza di inerzia, per dovere di lealtà a dissensi manifestati, magari tanti anni fa, in una situazione completamente diversa da quella con la quale ci confrontiamo.

Credo che in questi anni, particolarmente nel periodo più vicino a noi, siamo tutti cresciuti alla prova dei fatti e alla prova di quella grande scuola che è il sindacato, che, presto o tardi, ci impone di superare i pregiudizi e i tabù ideologici. Qui la testimonianza ha poco spazio in un gruppo dirigente; qui è difficile mantenere, e basta, una posizione per quattro-cinque anni quando questa non ha nessun riscontro nella società reale, nei risultati della contrattazione collettiva, nella mobilitazione dei lavoratori.

Il pregio e la terribile prova che il sindacato ha imposto a ognuno di noi hanno anche un loro immenso fascino: quello che consente sempre di verificare in tempi relativamente brevi i risultati, le conseguenze, le implicazioni delle scelte che ognuno di noi compie, e per questo non è consentito, se non a pochi, il ruolo del testimone senza meriti e senza colpe rispetto a quello che la Confederazione deve fare giorno per giorno attraverso le sue strutture, attraverso le sue iniziative, sul piano contrattuale come sul piano politico.

Io penso che in questi mesi si sia sviluppato, e ancora più in questi giorni, un dibattito molto più creativo rispetto al modo in cui eravamo abituati a discutere in questa organizzazione da un lungo periodo; un dibattito molto più creativo, capace di far fare a tutta l’organizzazione, anche alla periferia, un salto di qualità verso una democrazia consapevole, responsabile e perciò più ricca e più libera.

Forse oggi apparirà meno assurdo di quanto sembrava a molti compagni la tesi per la quale mi sono più volte battuto, sembrando quasi un senatore, quando dicevo che in un mondo che cambia, finché abbiamo curiosità e senso delle responsabilità, non siamo condannati né a una lealtà di corrente, né a imbalsamare un rapporto fra maggioranza e minoranza che dovrebbe sopravvivere contro tutto e tutti ai mutamenti sconvolgenti di questi anni. Nuove maggioranze e nuove minoranze ci sono, si sono manifestate anche in questo Comitato direttivo: io credo che saranno sempre più la linfa, la vita e il modo di vivere, di camminare e di cambiare della Cgil.

Provo un sentimento di fierezza anche perché ho potuto contribuire all’esperienza che tutti abbiamo vissuto della formazione dei gruppi dirigenti, non solo della segreteria confederale, assumendo la scelta, certo molto controversa, che ci ha portato prima del congresso a intraprendere un ampio processo di rinnovamento di gruppi dirigenti, e particolarmente delle segreterie della nostra organizzazione.

Come dicevo non parlo soltanto della segreteria nazionale: è presente a tutti voi come questo atto, che oggi sanziona l’elezione di un nuovo segretario generale della Cgil e integra la segreteria confederale restituendole piena rappresentatività del pluralismo che esiste in questa organizzazione, viene dopo importanti decisioni che hanno cambiato la direzione della Fiom, della Funzione pubblica, dei pensionati, di strutture regionali come la Lombardia, il Piemonte, Napoli e domani la Campania, la Basilicata, il Veneto e Venezia, e so benissimo di dimenticare molti e molti altri esempi che hanno in qualche modo costituito negli ultimi sei mesi una vera e propria ondata di rinnovamento e anche in molti casi di ringiovanimento delle nostre strutture.

A questo disegno ha corrisposto anche il percorso che abbiamo delineato per la Confederazione, discutendo a lungo, prima che delle persone, delle funzioni, della natura e delle regole dei processi decisionali, del ruolo delle segreterie, della direzione, del direttivo, in modo da ampliare con regole certe le frontiere della democrazia di organizzazione.

Lo abbiamo fatto prima di parlare di persone, abbiamo intrecciato questa ricerca con alcuni importanti momenti di dibattito e di confronto politico, non soltanto in questo Comitato direttivo che è stato impegnato, in questo periodo come non mai, a discutere proprio l’iniziativa politica e unitaria della Confederazione, anche di fronte alla nuova situazione politica che è venuta creandosi, ma abbiamo introdotto momenti importanti di approfondimento politico con la Conferenza di organizzazione e con la Conferenza di programma.

È in questo contesto, e soltanto in questo contesto, che abbiamo affrontato, programmando i tempi, una consultazione che si è rivelata serena e matura sul segretariato generale della Cgil, sull’integrazione della segreteria confederale e nello stesso tempo sui compiti a cui sarà chiamata la segreteria confederale nel suo insieme, sulla quale il Comitato direttivo discuterà, come ricordava Sergio, in una prossima sessione.

Credo che ci deve far riflettere come questa esperienza, realizzata in una situazione le cui difficoltà non sfuggono a nessuno, possa aprire quanto meno la strada a un congresso vero, certo non inibito a nuovi cambiamenti anche nel gruppo dirigente nazionale della Cgil.

Non è stato mai pensato da nessuno di noi in questi termini – mi permetto in questo intervento di considerarmi ancora, pro tempore, della segreteria della Cgil – ma certamente è stato pensato come un momento di grande importanza che non poteva incentrarsi sul solo problema dei gruppi dirigenti senza determinare anche una divisione, un distacco rispetto a una grande massa di militanti, anche di lavoratori che sentono più che mai in questa situazione come i loro problemi, le loro domande devono essere al primo posto nel dibattito che vogliamo aprire.

È già stato messo in luce quanto di nuovo c’era in questo modo di formazione dei gruppi dirigenti rispetto a una tradizione lungamente praticata e consolidata nella Cgil, «nuovo» che ha trovato il suo punto di inizio, sarebbe ingiusto non ricordarlo, con la consultazione che ha seguito le dimissioni di Antonio Pizzinato. Abbiamo voluto un dibattito politico, una consultazione sul ruolo delle istituzioni confederali, sulla funzione dei gruppi dirigenti e su questa base abbiamo aperto una seconda consultazione lasciando effettivamente ogni membro del Comitato direttivo, e non solo del Comitato direttivo, libero di presentare una propria candidatura.

Io rispetto il metodo adottato in altre strutture, ma in questa scelta che abbiamo fatto per il Comitato direttivo della Cgil, fino al momento in cui non si è dichiarata chiusa la discussione e previste le elezioni a scrutinio segreto con le modalità che sono state approvate dal Comitato direttivo, ogni candidatura era ancora libera di esprimersi. Non c’è stata nessuna designazione del segretario generale uscente e credo che non si tratti soltanto di una questione di forma, ma di sostanza se si pensa alla storia di questa organizzazione.

Mi domando allora se non è possibile chiedere agli osservatori, agli amici che hanno seguito le vicende dei sindacati, chiedere loro che questo tentativo, per quanto carente e maldestro, di fuoriuscire da vecchi rituali che nel passato a volte hanno determinato anche gravi distorsioni nella democrazia del sindacato, sia criticato per i suoi limiti, ma rispettato negli intenti che lo muovono e nei dati di fatto che ne attestano l’esistenza.

Dico questo perché c’è ancora chi parla di partite truccate, di successori già disegnati e questo offende, evidentemente, chi si è sentito particolarmente impegnato in uno sforzo di rinnovamento di questa organizzazione. Evidentemente c’è ancora il crampo del cronista che impedisce a qualcuno di descrivere una Cgil diversa da quella che ha imparato a dileggiare nei libretti rossi della sua adolescenza, ma la consultazione ha evidenziato l’esistenza di due candidati, di cui molti hanno sottolineato le singole qualità e le responsabilità comuni che essi dovranno assumere nella vita della segreteria confederale, con Sergio Cofferati segretario generale.

L’intervento esemplare di Alfiero Grandi è stato, al di là del contributo di merito che ha recato alla vita di questa organizzazione, anche un attestato prezioso di questo nostro modo di associare una lotta politica leale (che avvertiamo anche come un dovere, non solo come un diritto) con la solidarietà nel gruppo dirigente, con la concezione del sindacato che di fronte alle prove più dure che deve affrontare nei confronti degli interlocutori o del padrone sa presentarsi con un volto solo.

La scelta di Sergio Cofferati è così avvenuta, in questo contesto che non si può caricaturare, una scelta della grande maggioranza del Comitato direttivo, se non di tutti noi. Io voglio solo dire qui non solo la mia stima, il mio affetto e la mia incondizionata fiducia nei suoi confronti, basata sul lungo periodo di collaborazione che abbiamo potuto sperimentare nella segreteria confederale, ma voglio dire qui anche la mia totale disponibilità a lavorare, sia pure da una funzione radicalmente diversa, affinché la scelta che abbiamo compiuto oggi diventi un impegno permanente di tutti i militanti che collaborano con il centro confederale.

A Betty voglio esprimere non solo molti auguri, ma tutto l’impegno a sostenerla nel suo nuovo lavoro. Lei sa che ho sempre pensato che la scelta compiuta oggi dal Comitato direttivo era la più giusta e la più valida. Ringrazio naturalmente per le proposte che Sergio ha formulato per quanto riguarda il mio lavoro, e le ritengo proposte che mi onorano.

Che cosa mi resta da dire, compagni? Certo che occorre andare avanti con il congresso, ma senza attendere il Congresso, sulla strada del rinnovamento: occorre andare avanti per rinnovare questa Cgil. Ecco, se posso esprimere un auspicio, insisterei su questa Cgil, non un’altra, e forse dovremo fare tutti uno sforzo per non confondere la lotta sulla quale dobbiamo probabilmente superare qualche reticenza e dimostrare maggiore audacia, quella per una riforma federalistica della Repubblica Italiana, con la volontà di salvaguardare in questa riforma un grande progetto politico unificatore del lavoro dipendente in questo paese.

Certamente una riforma della democrazia istituzionale sollecita più democrazia, più autonomia per le categorie e le altre strutture territoriali, nuove responsabilità delle strutture territoriali di fronte a nuovi interlocutori, ma esse devono — ed è questo il problema che il congresso dovrà risolvere — poter convivere con una grande organizzazione capace di darsi attraverso decisioni democratiche trasparenti, regole generali, priorità, strumenti e anche deontologie comuni e vincolanti.

Si pensa al rigore che la difesa di una strategia dei diritti e della solidarietà comporta in questa fase: possiamo permetterci il lusso di immaginare una specie di disarticolazione contrattuale delle categorie a livello categoriale? Possiamo permetterci il lusso di avere in qualche modo una strategia dei diritti o della solidarietà che si confaccia di più alle tradizioni delle singole regioni del nostro paese o dobbiamo, proprio di fronte alla prospettiva di un forte decentramento delle decisioni e dei poteri nello Stato, esaltare con le regole della democrazia il ruolo unificante, solidale di questo grande progetto sociale e politico che è il sindacato?

In secondo luogo dovremo difendere e rendere più vitale l’unità di questa Cgil. Pluralismo, lotta politica e capacità di proposta e di decisioni devono diventare i tre connotati di un’organizzazione viva come la nostra. È uno sforzo, questo, che può garantire alla Cgil, diversamente dal passato, una presenza e un ruolo determinante anche in un confronto politico così insidioso come quello che attende il gruppo dirigente confederale nei confronti del governo designato dalla coalizione di destra che ha vinto le elezioni.

Se c’è una Cgil che sa associare il pluralismo, la lotta politica interna, trasparente e leale, e la capacità di assumere democraticamente decisioni, io non penso che si possa decidere contro di essa senza decidere contro l’intero movimento sindacale.

È una fase difficile quella che attende l’organizzazione, che non si può affrontare con gli esorcismi, con ulteriori discussioni sulla natura di questo governo o sulla natura che debbono avere i confronti con questo governo, quasi che un sindacato, anche in una situazione peggiore di quella che abbiamo di fronte, si possa permettere di dire «non gioco più», non gioco più di fronte allo scadere dei contratti che riguardano milioni di lavoratori, non gioco più di fronte a un processo di ristrutturazione dal quale dipende il destino di migliaia di persone.

Il problema è di passare dagli esorcismi e dalle disquisizioni definitorie — ne abbiamo già fatte, io credo, di sufficientemente pesanti — alla definizione su ogni questione di nostre proposte stringenti, di progetti alternativi che la Cgil in primo luogo, e l’insieme delle organizzazioni sindacali in secondo luogo, dovranno sostenere: occorre giocare d’anticipo e non limitarsi a giocare di rimessa sulle proposte del governo. L’unità della Cgil è decisiva finché queste proposte segnano il confine tra il confronto nell’autonomia, anche con un governo che non ci è amico, e la subalternità.

È questa Cgil che vogliamo portare all’unità sindacale. Non credo, lo dico ad alcuni compagni e anche carissimi amici, che possiamo porre nel dibattito unitario delle pregiudiziali di merito: condivido tutte le loro riserve — per quanto mi riguarda si tratta proprio di un’opposizione convinta — all’azionariato popolare e a nuove forme di capitalismo a proprietà diffusa come la strada maestra verso la partecipazione dei lavoratori.

Credo invece, come credono molti amici e compagni, che la via sia quella dell’autogoverno dei gruppi di lavoro e che la via dell’autogoverno è la sola che può portare a forme concrete di codeterminazione (poi possiamo anche cambiare la parola: non è sulle parole che si realizza o l’unità o la divisione tra di noi).

Noi non possiamo porre delle pregiudiziali di merito perché immagino che coesisteranno sempre in un sindacato unitario (coesistono, forse anche nella Cgil) idee anche molto diverse sulle strade da percorrere per coinvolgere i lavoratori nel governo dell’impresa. Abbiamo bisogno però di regole, e di regole incontrovertibili, nel definire l’identità e poi la convivenza in un sindacato unitario, che sono le regole della democrazia di organizzazione richiamate qui giustamente molte volte.

È un problema che non abbiamo risolto ancora nella Cgil: sono le regole fondamentali della democrazia di mandato che non coincidono con l’esigenza altrettanto importante di accertare la rappresentatività delle organizzazioni sindacali, una volta per tutte; sono le regole che conferiscono l’unica legittimazione possibile per un sindacato nella contrattazione sulla base di un mandato.

Queste regole devono prevedere con il patto unitario, senza ipocrisia, senza pasticci, la rinuncia alla sovranità di organizzazione, e quindi al diritto di veto da parte di un’organizzazione rispetto a quella che sarà a quel momento la volontà della maggioranza. Questo vuole dire la capacità di sperimentare con la democrazia, con il protagonismo dei lavoratori, degli eletti nelle rappresentanze sindacali unitarie, l’unità qui e ora, e di rompere anche con questo gioco di scarico delle responsabilità.

La miglior prova che noi possiamo dare della volontà unitaria della Cgil, e nello stesso tempo del fatto che la Cgil concepisce l’unità solo come autoriforma di tutti i sindacati, è quella di sperimentare sul campo con la gente, con i lavoratori, con i quadri le forme possibili di unità qui e ora, è quella di togliere, almeno per quanto riguarda la Confederazione (questo mi auguro che la nuova segreteria confederale saprà dire con forza nei prossimi giorni) ogni divieto a costruire nei fatti con la gente l’unità che vogliamo, confrontandoci certo con gli altri sindacati, ma affidando ai lavoratori e alle strutture di base un ruolo decisivo di mediazione anche sui contrasti che permangono tra di noi.

La garanzia sostanziale affinché questa unità possa vivere è però che il pluralismo che già questa Cgil sa esprimere con la sua ricchezza, con i suoi conflitti democratici, sia tutto impegnato a essere un attore insostituibile e indivisibile del processo unitario e del nuovo sindacato. Qui sta la maggiore garanzia che possiamo dare alle altre confederazioni sulla nostra volontà di costruire l’unità fondata sulla democrazia sindacale e di mandato, sulla riforma del sindacato. Allo stesso tempo è anche la migliore garanzia che possiamo dare a noi stessi sul futuro di un sindacato unitario e non unico, volontario, pluralista, in presa diretta con il mondo del lavoro reale.

Voglio qui ringraziare tutti i compagni del Comitato direttivo per avermi permesso di esprimere sempre con franchezza le mie opinioni senza demonizzarle, anche quando erano in dissenso con quelle di molti compagni. Porto con gli anni anche la memoria del fatto che una prassi di questo genere non faceva parte del passato della Cgil.

Se mi sono avvalso di questo diritto senza riserve occulte e senza reticenza — e per qualche eccesso che posso aver avuto chiedo scusa — credo di aver fatto anche la mia parte per garantire a tutti questo diritto anche difendendo la presenza del nostro pluralismo, non del pluralismo di qualcun altro, di questa nostra ricchezza negli organismi dirigenti della Cgil a tutti i livelli sino alla segreteria.

Abbiamo costruito così, si è detto, un’anomalia, all’interno e all’esterno del sindacato: io credo che sia stata una anomalia felice e alla fine vincente. Per questo ritengo ingiusto e meschino raffigurare questa storia tormentata del direttivo della Cgil in questi ultimi due anni come la storia di un organismo autoritario e giacobino che ha menomato o represso i diritti delle minoranze.

Ma per questo dissenso anche da chi sostiene ancora che l’esperienza che abbiamo fatto nella formazione dei gruppi dirigenti è ancora un’anomalia transitoria; penso invece che si tratti di un fatto nuovo, di un più avanzato tentativo di sperimentare una democrazia non ossificata da schieramenti precostituiti e capace di portare alla decisione e alla proposta con l’autorevolezza che proviene proprio da un pluralismo riconosciuto e tutelato.

Se questa anomalia vivrà, magari domani, con altri protagonisti, la Cgil avrà arrecato un altro contributo alla ricostruzione del paese in un sistema di democrazia capace di evolversi e di trasformarsi, anche attraverso l’espandersi del ruolo delle associazioni volontarie nella società civile, un ruolo importante per la loro capacità, che riscopriamo oggi, di esprimere nuove forme di democrazia in grado di contenere e di contrastare le possibili degenerazioni verso il leaderismo, verso il partito inteso come servizi del capo, verso lo stato dei referendum, dei plebisciti, che rischiano di aprire in questo paese spazi nuovi a forme striscianti di autoritarismo.

Credo che una Cgil che salvaguardi questa autonomia, questa anomalia, che la faccia vivere come una forma di democrazia nella nostra associazione, potrà dare anche, proprio per quella via, un contributo inestimabile alle forze della sinistra, alle forze di progresso, alle forze riformatrici che cercano oggi faticosamente una nuova strada nel nostro paese.

È questa in ogni caso la Cgil per la quale io mi sono battuto per lunghi anni, anche quando il dissenso era considerato un segno di inaffidabilità dei compagni che lo esprimevano, ed è questa la Cgil che ho potuto cominciare a vedere e nella quale ho cominciato a vivere: vorrei continuare a farlo il più a lungo possibile.

Grazie, dunque, a tutti voi. Ma permettetemi un grazie particolare alle compagne e ai compagni con i quali ho lavorato più direttamente ogni giorno e che mi hanno dato un’insostituibile collaborazione, aiutandomi ad assolvere, almeno decentemente, al mio compito. Grazie a quanti hanno condiviso con me momenti di grandi responsabilità e su cui ho potuto sempre contare, contare sulla loro amicizia e la loro solidarietà anche quando erano in disaccordo con me.

Per questo parlo particolarmente, ma non solo, di Guglielmo, che ha fatto un intervento che mi ha profondamente colpito, di Sergio, di Alfiero, Paolo, di Angelo, di Francesca, di Betty, di Walter, ma parlo anche di persone e amici che conoscete tutti, come Tonino Lettieri, come Nina Daita, come Claudio Sabattini, come Ali Baba Faye, come Achille Passoni, come Pietro Marcenaro e Giorgio Cremaschi, come Stefano Patriarca, Renato Lattes, Mario Agostinelli, Carlo Ghezzi, Roberto Tonini e Mario Sai, e tanti altri amici e amiche che solo il riserbo mi impedisce di nominare. Senza averli conosciuti la mia vita sarebbe stata un’altra”.