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Arriva l’8 marzo e il governo si fa giardiniere. Mimose nella mano destra, cesoie nell’altra. Le Consigliere di parità, nate per difendere l’uguaglianza nel lavoro, hanno avuto il pessimo gusto di scovare discriminazioni, molestie, buste paga più leggere quando a riceverle è una donna. Un’attività irritante per chi ama raccontare il mercato come un prato ordinato dove cresce soltanto il merito.
Il rimedio firmato Meloni-Roccella possiede l’eleganza delle potature stagionali. Ridurre, alleggerire, sfoltire. Via rami, via foglie, via quel presidio pubblico che da anni dà voce a chi subisce disparità. In politica sociale il metodo resta antico: eliminare il termometro così la febbre sparisce dai bollettini ufficiali e la quiete torna nei corridoi ministeriali.
Il paradosso rasenta la perfezione. L’Italia firma solenni convenzioni contro violenze e molestie nel lavoro e nello stesso gesto indebolisce chi quelle violenze le intercetta e le porta davanti ai giudici. Ginnastica istituzionale degna di un manuale.
I numeri descrivono un paese dove il lavoro femminile resta fragile, intermittente, spesso sacrificato sull’altare della cura familiare. In questo paesaggio le Consigliere di parità rappresentano un argine civile, gratuito, accessibile. Tagliarlo significa lasciare migliaia di lavoratrici davanti a una porta chiusa e battezzare l’operazione con un nome elegante: modernizzazione.
Ed è proprio qui che si nasconde il vero fastidio. L’uguaglianza fa rumore, produce cause, disturba il quieto vivere dei potenti. Molto più comoda una società composta, con mimose in vetrina e diritti ben potati. Un giardino ordinato dove le discriminazioni crescono tranquille e alle donne resta il consiglio più antico del mercato italiano: arrangiatevi.






















