Parte da Teano, in provincia di Caserta, il viaggio di “Lavorare con bellezza”: il reportage realizzato da Collettiva per Cgil, Spi Cgil e Libera che attraversa l’Italia dei beni confiscati per raccontare esperienze di lavoro, riscatto e rinascita. Un itinerario che mette al centro non l’eccezionalità, ma la forza delle storie quotidiane che abitano questi luoghi restituiti alla collettività.

Nel comune campano la cooperativa “La Strada” gestisce un’abitazione e diversi ettari di terreno sottratti ai clan, oggi intitolati ad Antonio Landieri, vittima innocente delle mafie. Qui prende forma l’idea di un racconto diverso, capace di far emergere “storie di ordinaria bellezza” che rendono questi spazi vivi e generativi. Luoghi dove si costruiscono relazioni, si ricuciono ferite, si immagina futuro.

Il riuso sociale dei beni confiscati rappresenta una delle esperienze più significative del Paese. Centinaia di realtà, spesso in contesti difficili, dimostrano che il contrasto alle mafie passa anche dalla partecipazione dal basso. Eppure non mancano resistenze. Da un lato chi fatica ad accettare modelli alternativi al profitto, dall’altro chi ostacola una lotta che incide davvero sul potere economico e patrimoniale delle organizzazioni criminali.

“Le mafie vanno combattute tutte, anche quelle meno visibili”, si sottolinea nel progetto, ricordando come i loro effetti siano evidenti nel lavoro e nella società: sfruttamento, caporalato, degrado ambientale. A fronte di questo, esiste una rete diffusa fatta di istituzioni, sindacato, scuola, cooperazione. Donne e uomini che ogni giorno costruiscono alternative concrete.

La legge 109 del 1996, che nel 2026 compie trent’anni, resta una conquista fondamentale. Secondo Libera, sono oggi 1.332 le realtà impegnate nel riuso sociale su tutto il territorio nazionale. Un patrimonio da sostenere anche con risorse adeguate, come propone la campagna “Diamo linfa al bene”, che chiede di destinare il 2% del Fondo unico giustizia a queste esperienze.

Il progetto “Lavorare con bellezza” sceglie di raccontare storie comuni. Non eroi, ma persone che nei beni confiscati hanno trovato lavoro, dignità e comunità. Vicende spesso invisibili, che però costituiscono una trama potente di cambiamento. “I beni sono vivi”, è il messaggio che attraversa il viaggio: spazi in cui il bene collettivo cresce e si moltiplica.

Un racconto necessario, che prova a restituire complessità e valore a un pezzo importante del Paese. E a dimostrare che, ancora oggi, è possibile “lavorare con bellezza”.