Questa mattina si è tenuta al Quirinale la consueta  cerimonia di presentazione dei candidati ai premi “David di Donatello”, che verranno assegnati domani sera nel corso di un appuntamento trasmesso in diretta su Rai 1. Anche quest’anno gli Oscar italiani hanno suscitato polemiche dal sapore vagamente amletico – boicottare o non boicottare?- e morettiano – mi si nota più se ci vado o se non ci vado?-

Giuli promette, ma non mantiene 

Ma il ministro della Cultura ha pensato bene di rassicurare tutti. “Il cinema italiano è grande quando è anche scomodo. Tutelarlo significa garantire la tutela dei diritti rivendicati dagli invisibili del cinema: le maestranze precarie, i disoccupati, le donne e gli uomini privati della prospettiva pensionistica e del riconoscimento dello status di malati o di genitori” pare abbia dichiarato nel suo discorso al Quirinale, mentre gli spiriti di Elio Petri, Citto Maselli e Luis Buñuel si erano impossessati di lui. “Con grande sforzo abbiamo appena stanziato altri 20 milioni di euro per il Fondo Cinema e Audiovisivo” pare abbia aggiunto con orgoglio. Peccato che si tratti di fondi preesistenti ma inutilizzati dal 2022. 

Decreto accise...e la cultura paga

La verità è che con il decreto accise è stato subito chiaro: da qualche parte bisognava risparmiare. E visto che il “fuoco sacro” dell’arte non mette in moto le auto, voleva pensarci il ministro con una serie di tagli al settore: dai finanziamenti ai siti storici della Memoria fino ad alcuni dei principali festival musicali internazionali. Poi, d’improvviso, Giuli ha fatto retromarcia, e con il suo ormai noto eloquio da chat GPT, ha dichiarato: “i tagli alla cultura sono stati sterilizzati”. E va bene che in giro ci sono anche attori cani, però…

Tutti i tagli al settore 

Va detto che la cultura non naviga in acque tranquille. Nel 2026 le spese finali del ministero della Cultura subiranno un calo di 190,8 milioni di euro (-5,8%) rispetto al 2025. Gli stanziamenti per la cultura rappresentano appena lo 0,3% della spesa finale del bilancio statale. Per avere un termine di paragone: per gli armamenti si prevedono circa 33,9 miliardi di euro, con un aumento di quasi un miliardo (+2,8%) rispetto all’anno precedente; per la cultura, circa 3 miliardi.

L’arte di immaginare (i soldi che non ci sono)

La manovra finanziaria per il 2026 ha inoltre tagliato circa 150 milioni dal Fondo per il cinema e l’audiovisivo. Più che una manovra economica, una performance di minimalismo estremo, con teatri e set che si trasformano in palestre di immaginazione. E in effetti, in Italia, la prima cosa che serve per fare spettacolo è proprio immaginare i soldi che non ci sono. Film epici girati in due stanze e mezzo, colossal storici con costumi “liberamente ispirati” a ciò che si trova nell’armadio della nonna, e registi alle prese con l’adattamento: “Ma quindi questo lo famo? No, lo dimo”.

La cultura (non) è un lusso

E intanto le sale e gli spazi culturali arrancano: tra bollette salate, piattaforme di streaming e sedili che scricchiolano più della trama, andare al cinema o a teatro diventa quasi un’esperienza vintage. Nel frattempo, si fa strada un’idea: la cultura è un lusso. Nel senso che se vuoi farla, devi essere ricco.