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La meglio gioventù alla prova del fuoco

La meglio gioventù alla prova del fuoco
Foto: Ospedale
Giorgio Sbordoni
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Gli specializzandi sono una parte importante degli ospedalieri in prima linea in questa lotta senza quartiere, che conta già quasi 50 medici morti e 6.400 contagiati tra il personale sanitario, di cui il 65 percento donne

In ogni guerra arriva sempre il momento di richiamare alle armi la leva dei giovanissimi. E anche l’epica della battaglia contro il coronavirus avrà i suoi ragazzi del ’99, manipoli di specializzandi per i quali l’impatto con la pratica della professione – che in tempi di pace dovrebbe avvenire con ben altra gradualità – avviene, già da settimane, nei reparti Covid, faccia a faccia con la parte più dura dell’emergenza sanitaria. Un’esperienza unica, quella di una pandemia che non risparmia neanche i giovani e porta, in moltissimi casi, alla terapia intensiva e alla morte. Questa prova, difficile da affrontare anche per molti dei medici più navigati – che mai, in decenni di carriera, si erano trovati davanti a una cosa del genere – per i dottori freschi di giuramento di Ippocrate è il battesimo del fuoco. Loro, che ancora studiano per una parte del tempo e la casistica della rianimazione, fino all’altro ieri, l’avevano letta soltanto sui libri, oggi sono una costola importante della prima linea. Succede un po’ ovunque, in condizioni diverse, a seconda dello stato e dei numeri dell’ospedale nel quale ci si trova.

Succede a Silvia, in un ospedale del Nord Italia. Il nome è di fantasia e la località non può essere rivelata, perché di questi tempi è un rischio esporsi. Specializzanda in anestesia e rianimazione a metà del terzo anno, il caso ha voluto che si trovasse di fronte alla prima pratica nella rianimazione proprio mentre esplodeva la pandemia. 30 anni e tanta voglia di imparare, giusto il tempo di una settimana per rompere il ghiaccio ed essere assegnata stabilmente a rianimazione Covid. Un ciclone che ha rimescolato tutte le scadenze e la logistica previste dal percorso formativo. “Tante cose sono cambiate. Tutta l’attività universitaria è ferma. Non ci sono corsi, neanche on line, perché i nostri insegnanti non sono disponibili. Sono tutti rianimatori”. Anche nell’attività in corsia le cose sono molto diverse da quello che prevedrebbe il programma. “Nella normalità in questi mesi sarei stata riassegnata a una cardio rianimazione e avrei seguito pazienti post operati cardiochirurgici. In realtà dalla fine di questo mese sono stata riconvertita a rianimazione Covid”.

Che turni hai?

Come specializzanda del terzo anno, non vado nelle rianimazioni tutti i giorni e se faccio la notte mi viene garantita la giornata libera. E ho comunque uno o due riposi settimanali.

Qual è stato l’impatto?

Io ero all’inizio delle mie esperienze in rianimazione, paradossalmente l’impatto che ho avuto è stato meno forte di colleghi rianimatori da anni, che hanno dovuto abituarsi a tutti i cambiamenti. Avendo meno esperienza, sono più malleabile e sono abituata a passare da un reparto all’altro.

Quali sono i tuoi compiti?

Noi non intubiamo pazienti. Per ora non c’è stato bisogno di esporre a un tale pericolo gli specializzandi. Essendo necessario l’utilizzo dei dpi e dovendo usarli con parsimonia, o si veste lo strutturato o lo specializzando. In questo momento l’affiancato non esiste. Quindi sono stata affidata a una rianimazione, dove accolgo il paziente, che sia intubato o no, e monitoro il suo stato.

Come hai vissuto queste settimane? 

L’allerta, per noi rianimatori, era già alta ancor prima di avere casi sul territorio. L’ospedale ci ha fornito in tempo indicazioni precise e si è attrezzato rapidamente. Non è facile fermare un sistema che funziona quotidianamente con ambulatori, reparti, sale operatorie attive per 24 ore. I cambiamenti ci sono stati e sono stati importanti. Sono stati aperti nuovi reparti, ne sono stati chiusi altri, tutti i giorni sono stati trasferiti pazienti da un reparto a un altro, ma tutto è stato fatto nei tempi utili. Non ci siamo mai trovati in difficoltà per l’affluenza. Anzi, dopo anni di sovraffollamento all’inizio di questo periodo il pronto soccorso, probabilmente per la paura del contagio, si è svuotato. E questo ha aiutato, perché ha lasciato spazio e attenzione solo ai casi urgenti. Piano piano le cose hanno iniziato a funzionare e i posti letto nelle rianimazioni sono aumentati. In più ora hanno indetto un concorso per gli specializzandi del quarto e quinto anno, una ventina di medici, che verranno assunti.

Indossate i dispositivi di protezione in rianimazione?

Chi si avvicina ai pazienti certi Covid positivi, quelli che hanno fatto il tampone, è vestito con i dpi classici. Non ci avviciniamo al paziente senza il corredo previsto dal protocollo e garantito al corpo medico e infermieristico. C’è comunque una sorveglianza sanitaria che analizza tutti i casi sospetti di contatto.

Ma i dpi da voi ci sono?

Per il flusso attuale sì. Preoccupa la riserva che è scarsa rispetto a possibili picchi di aumento. Per questo la politica resta quella di usarne il meno possibile.

Il tampone ve lo hanno fatto?

No, non lo hanno fatto a tutti. Se vieni a contatto con il caso certo e sviluppi sintomi, stai a casa per 14 giorni e ti vengono date delle indicazioni su quando e come effettuare il tampone.

Quindi chi di voi è asintomatico non lo sa?

Esatto. È altrettanto vero che è impossibile fare un tampone tutti i giorni a tutti noi soggetti esposti. Per questo cerchiamo in partenza di isolarci a casa. Io fin dall’inizio, dai primi casi, non sono più andata a trovare i miei genitori. Gli amici ho smesso di vederli con il varo delle prime misure drastiche del governo. La persona con cui vivo corre i miei stessi rischi perché lavora in ospedale e non abbiamo mai avuto sintomi.

 

Silvia è lucida e ha la voce ferma. E pensiamo che ci voglia coraggio e una robusta dose di razionalità per mantenere il sangue freddo in questa situazione, in un Paese in cui ad oggi i medici morti di coronavirus sono quasi 50 e i contagiati, nel personale sanitario, oltre 6.400, di cui il 65 per cento donne.

Hai un consiglio per noi?

Lo stesso dell’Istituto Superiore di Sanità. Indossare la mascherina chirurgica, lavarsi spesso le mani e mantenere le distanze di sicurezza. Tre semplici accortezze che in realtà riducono molto il rischio di ammalarsi o di veicolare il contagio.

Per tutte le giovani reclute quello del reducismo rischia di essere un problema difficile da gestire. Tu riesci a lasciare fuori dalla porta di casa il lavoro? Esiste una mascherina per l’anima, che non contagi con quello che vedi anche il resto della tua vita?

No. È difficile lasciare tutto in ospedale. E i sentimenti che provo sono diversi. Da un lato mi sento fortunata a non restare sempre chiusa in ospedale. E quando torno a casa ne approfitto per studiare e acquisire nozioni che possano servirmi in corsia. Allo stesso tempo spesso mi dà anche quasi fastidio andarmene. Vorrei comunque essere là a dare una mano, ma per come sono organizzate le cose uno specializzando alla volta è sufficiente e rischierei solo di essere di intralcio. Quindi studio, così da poter tornare, al turno successivo, più preparata.

Eccola, la meglio gioventù alla prova del fuoco.