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Vorrei uscire dal capitalismo

Vorrei uscire dal capitalismo
Foto: Foto di geralt da Pixabay
Stefano Valenti
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Le uniche incognite sono i tempi e il modo. In modo doloroso o indolore. Già vediamo gli effetti di una uscita dolorosa. Un'uscita indolore non viene presa in considerazione. Ma il compito di un autore è prefigurare una civiltà diversa

(Sedicesima puntata del nostro viaggio tra scrittori e coronavirus)

Questa notte ho sognato di essere in quarantena. La paura ha colonizzato l'inconscio collettivo.

Preparo da tre anni un romanzo intitolato Cronache della sesta estinzione. È la storia di un uomo che perde tutto e finisce col vivere in strada dove conosce un uomo che non ha mai avuto niente (ed è al contempo la storia di un uomo convinto di essere il responsabile della prossima estinzione). Non è un romanzo distopico, perché, come dice un amico, la distopia ormai la fanno gli autori che scrivono romanzi d'amore.

Ho abbandonato l'epicentro di tutti i virus, Milano, molti mesi fa, in epoca non sospetta. La casa in cui ora mi trovo (ho chiesto asilo politico a Bologna) era pronta ad accogliermi.

La mattina guardo dalla finestra il prato davanti casa. Il ciclo delle stagioni è infine mutato come se per la nuova crisi la fioritura sia stata anticipata. Cerco nomi da dare a quei fiori. Tarassaco, anemone, ortica, margherita e ranuncolo. Fin da febbraio nel prato hanno iniziato a germogliare e hanno portato il colore sempre più in alto. E, ogni mattina, pare che i fiori siano stati messi lì la mattina stessa, posati nel terreno fin già coi loro gambi; pare che le macchie di colore siano disposte con tale maestria da far credere siano state disposte in base a calcoli impenetrabili.

Questa mattina sono intento a riconoscere valore a quanto fin qui accaduto. Penso che questa crisi sia l'ennesima dimostrazione del fallimento politico, economico e sociale, proprio come lo è la minaccia della catastrofe ambientale. Penso che gli sforzi per prevenire una simile catastrofe hanno messo in ombra la ricerca delle cause. Penso che la decrescita sia diventata un obbligo se vogliamo sopravvivere. Ma presuppone una civiltà diversa. Senza questa premessa il collasso potrà essere evitato soltanto con restrizioni, razionamenti e distribuzione controllata delle risorse, tipiche dell'economia di guerra. Penso sia necessario uscire dal capitalismo. Le uniche incognite sono i tempi e il modo. In modo doloroso o indolore. Già vediamo gli effetti di una uscita dolorosa. Un'uscita indolore invece non viene nemmeno presa in considerazione.

Penso che il compito di un autore sia prefigurare questa civiltà diversa, questa uscita indolore.

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