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Autunno caldo, i ricordi di un cronista sindacale

Autunno caldo, i ricordi di un cronista sindacale
Alessandro Cardulli
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Neanche dopo un licenziamento di 200 operai si osava fare uno sciopero. Se ti andava bene venivi segregato al reparto confino, senza possibilità di confronto con gli altri. Poi arrivò quel 28 novembre di cinquant'anni fa

L’autunno caldo resta una pietra miliare nella storia dell’Italia e dell’Europa. Degli studenti, che nella scuola, nelle università, trovano un fertile terreno per dare battaglia, per rivendicare un radicale rinnovamento, per realizzare davvero il diritto allo studio, prendendo sul serio l’articolo 34 della Costituzione. Degli operai che si fanno classe, l’io diventa il noi, la fabbrica – o meglio, il lavoro – non solo come mezzo di sopravvivenza dal punto di vista economico, ma un diritto, uno strumento di emancipazione, di realizzazione della persona. È la classe che può portare avanti questo processo, questa lotta per abbattere il degrado della persona, che diventa solo strumento di sfruttamento da parte del “padrone”.

L’autunno caldo vede “unificarsi” le lotte degli studenti con quelle della classe operaia. Forse si può dire che il movimento studentesco, il sessantotto è uno stimolo ad aprire fronti di lotta, nei luoghi di lavoro, a partire da quelli in cui le condizioni di alienazione sono sempre più intollerabili, nelle fabbriche, dove esistono i “reparti confino”, là dove vengono destinati gli iscritti ai sindacati, segnatamente alla Cgil. Condizioni intollerabili di discriminazione, con il rischio licenziamento se ti azzardi a scioperare.

Un ricordo personale. Nel corso della repressione antisindacale di cui la Fiat di Marina di Pisa era maestra, dopo un licenziamento di più di 200 operai nessuno, o meglio quasi nessuno, osava fare uno sciopero. Se ti andava bene venivi segregato al reparto confino, senza possibilità di confronto con gli altri operai. Uno, Silvano Orsi, scioperava anche da solo. La dirigenza della fabbrica, dove si producevano pezzi per la Seicento, lasciava fare. Scioperare si poteva, uno lo faceva. Nei miei ricordi in occasione del primo sciopero dell’autunno caldo, gli operai abbandonarono il posto di lavoro. E alla grande manifestazione dei metalmeccanici a Roma del 28 novembre 1969 c’erano anche loro, le tute blu di Marina di Pisa.

Nei quotidiani, nei settimanali e anche alla Rai le lotte dell’autunno caldo trovano finalmente spazio. Si affidano a giornalisti di grande prestigio, non faccio nomi, perché rischio di dimenticare qualcuno, ma i servizi sui sindacati, le lotte del mondo del lavoro, le questioni economiche, diventano pane quotidiano. Non solo. Giornalisti delle maggiori testate, quasi in simbiosi, seguono assemblee, dibattiti, manifestazioni. Ci scambiamo informazioni. Quelli de La Stampa, forniscono notizie del management Fiat, di casa Agnelli, quelli del Corriere rappresentano le posizioni di volta in volta assunte da Confindustria nel corso delle trattative. Io, che ero cronista sindacale a l’Unità, quelle provenienti dalla Cgil.

In occasione delle trattative per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, in quell’ultimo scorcio di ’69, la nostra “sede” era diventata il ministero del Lavoro, a quei tempi sotto la guida di Donat Cattin. Con l'autunno caldo, “l'autonomia e la democrazia entravano nelle fabbriche: il lavoratore era meno oggetto e più soggetto, più persona e meno fattore della produzione”. Così scriveva la Fiom in “Cento anni di un sindacato industriale”, il segno forte di tale cambiamento "culturale" si ritrova nell'approvazione, in quei mesi, da parte di Senato e Camera, dello Statuto dei lavoratori, che il 20 maggio 1970 diventerà legge dello Stato.

Il 28 novembre del 1969, nel pieno dell’autunno caldo, il gruppo dei giornalisti sindacali seguì così, in formazione compatta, la grande manifestazione dei metalmeccanici. Contro i sindacati, contro le lotte operaie, le manifestazioni che si svolgevano in tante città italiane, se ne dicevano e scrivevano di tutti i colori. Una vale per tutte: gli scioperi dei metalmeccanici, dei chimici, degli edili, dei braccianti, dei dipendenti degli enti locali, degli ospedalieri, dei poligrafici, degli autoferrotranvieri, degli alimentaristi, tanto per citare alcune categorie, avrebbero messo in discussione “l’ordine pubblico”, creando tafferugli, disordini, incidenti.

Gli stessi giornali “borghesi”, nel racconto dei cronisti, non facevano alcun cenno a disordini. Ma nei commenti, gli editorialisti raccontavano un’altra realtà. Cercavano di mettere paura al Paese, ai cittadini. Luciano Lama, quando lo incontravo a qualche assemblea, mi diceva: “Guarda cosa scrivono i tuoi colleghi. Non mi vengano a chiedere interviste: con loro non parlo”. Quando accettai l’incarico di seguire la comunicazione della confederazione, in un ruolo del tutto simile a quello del portavoce del segretario generale, mi fece anche un elenco di coloro con cui non voleva parlare. Mentre riconosceva che c’era anche chi, tra i cronisti che seguivano il sindacato, sapeva far bene il suo mestiere.

E quei cronisti avevano raccontato bene il 28 novembre la grande giornata di lotta della classe operaia. Roma era presidiata in ogni angolo. Aerei ed elicotteri sorvolavano la città, negozi con saracinesche abbassate. Si aspettava l’arrivo dei cinque treni speciali, delle centinaia di pullman annunciati, l’arrivo con mezzi propri da tutte le città del Lazio. Si parlò di 100 mila presenze in piazza, malgrado i divieti, gli ostacoli posti dalle autorità, la “paura” indotta, da cui avevano attinto a piene mani i giornali della destra. Niente di tutto questo. Con i colleghi con i quali seguivo le trattativa per il rinnovo delle tute blu, ci scambiavamo impressioni, seguivamo meravigliati un corteo che sembrava non finire mai.

Due grandiose concentrazioni operaie in piazza della Repubblica e alla Piramide Cestia, sei chilometri per raggiungere piazza del Popolo, piena zeppa di lavoratori che sbucavano anche dalle strade laterali. Una giornata indimenticabile, un corteo possente, punteggiato di slogan e di parole d’ordine animate da spirito combattivo. Ma anche “una festa – come disse a caldo Pio Galli, mitico dirigente della Fiom Cgil –, un momento di liberazione dal vincolo e dalla disciplina del lavoro alla catena”.

L’accordo per il rinnovo del contratto di lavoro venne firmato, dopo la rottura che era avvenuta con la Confindustria, l’8 gennaio 1970. Una lunga trattativa al ministero con Donat Cattin a fare da mediatore. Noi giornalisti attendevamo in un grande salone. A l’Unità avevamo preparato due prime pagine. Una con il contratto firmato, un’altra con la rottura della trattativa. Trentin, lo stesso Lama, mi facevano dei frettolosi resoconti. Dal giornale, il caporedattore mi chiedeva quale prima pagina stampare. Con la prima edizione uscimmo con la trattativa ancora in corso. Anche la seconda edizione ripeteva che si stava trattando. I dirigenti della Fiom e della Cgil mi assicuravano che il contratto sarebbe stato firmato. Era cosa di qualche ora. Ma di ore ne passarono molte. Mi fidai, Trentin e Lama non si potevano sbagliare. Se ben ricordo, mi seguì nel via libera al contratto firmato solo il collega della Gazzetta del Popolo, Ezio Mauro. Il giornale arrivò sul tavolo di Donat Cattin quando mancava ancora la sua firma. Mi disse: “Hai firmato tu l’accordo?”.

In realtà l’accordo c’era, ma le parole andavano ben pesate, ben controllate. Tra i risultati più rilevanti: la riduzione dell'orario settimanale a 40 ore, il diritto di assemblea in fabbrica, significativi aumenti salariali, il riconoscimento dei rappresentanti sindacali. Il rinnovo rappresentò una spinta significativa verso l'unità sindacale, che portò più tardi alla nascita della Flm, la Federazione unitaria dei metalmeccanici.

SPECIALE / I 50 ANNI DELL'AUTUNNO CALDO