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L'abisso del caporalato: oltre 400 mila lavoratori a rischio

Chianti, il caporalato nel cuore del «Made in Italy»
Foto: Foto di © Daiano Cristini/Sintesi
Emanuele Di Nicola
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Il quarto rapporto "Agromafie e caporalato" dell'osservatorio Placido Rizzotto della Flai. Il tasso di irregolarità nel settore è al 39%: nessun diritto, salari da fame, nei casi estremi perfino un euro l'ora. I migranti si confermano risorsa fondamentale

Oggi in Italia sono stimati tra 400 e 430 mila i lavoratori agricoli esposti al rischio di un lavoro irregolare e sotto caporale. Tra questi 132 mila sono in condizione di vulnerabilità sociale, confermando così un quadro molto preoccupante all'interno di un settore strategico. È quanto emerge dal quarto rapporto Agromafie e caporalato, realizzato dall'osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil, che è stato presentato a Roma al centro congressi Cavour (qui l'infografica del rapporto). Secondo i numeri più di 300 mila agricoli, ovvero il 30% del totale, lavorano meno di cinquanta giorni l'anno, e “presumibilmente in questo bacino è presente molto lavoro irregolare o grigio”. Il tasso di irregolarità nei rapporti di lavoro in agricoltura è pari al 39%.

Un rapporto molto lungo e articolato, esattamente come i precedenti, che lancia un allarme e fa emergere alcuni dati di fatto. Per esempio che i migranti si confermano una risorsa fondamentale per la nostra agricoltura. Nel 2017 sono stati registrati 286.940 stranieri che operano nel settore, ovvero il 28% del totale, di cui 151.706 comunitari (53%) e 135.234 provenienti da paesi fuori dalla Ue (47%). A questi dati vanno aggiunte le stime sul lavoro sommerso: sono quantificati in 405 mila i lavoratori stranieri in agricoltura (tra regolari e irregolari), di cui il 16,5% ha un rapporto di lavoro informale (67.000 unità) e il 38,7% una retribuzione non sindacale (157 mila unità). 

La prima parte della ricerca si sofferma sull'economia illegale nel settore, dopo l'approvazione della legge 199 contro il caporalato. Nel paese l'economia non osservata è stimata in 208 miliardi di euro, il lavoro irregolare vale 77 miliardi e incide per il 15,5% sul valore aggiunto del comparto. Il business del lavoro irregolare e del caporalato in agricoltura è pari a 4,8 miliardi di euro. L'evasione contributiva tocca quota 1,8 miliardi di euro.

Il settore alimentare viene particolarmente colpito dal fenomeno della contraffazione. Nel dettaglio, spiega l'indagine, nel corso del periodo 2012-2016 sono stati sequestrati prodotti alimentari contraffatti per un miliardo di euro. La Guardia di finanza ha indicato in 5,7 miliardi il mancato gettito fiscale dovuto al fenomeno, che danneggia molto anche l'occupazione: sono circa 100 mila i posti persi.

“Il lavoro indecente nel settore agricolo”, è il titolo di una sezione del rapporto (qui cinque storie di braccianti sfruttati). In questo capitolo l'osservatorio della Flai ha realizzato una serie di interviste, proponendo storie di lavoro sfruttato in varie regioni italiane. In tutti i casi in questione sono state approfondite varie forme di lavoro “indecente” e al limite della condizione schiavistica. Sono emerse con chiarezza una serie di caratteristiche ricorrenti nel bacino del “cattivo lavoro”: nessuna tutela e nessun diritto garantito dai contratti e dalla legge; una paga media tra i 20 e i 30 euro al giorno; lavoro a cottimo per un compenso di 3 o 4 euro per un “cassone” da 375 chilogrammi; salario inferiore di circa il 50% della cifra fissata dai contratti nazionali.

C'è poi un vero e proprio identikit del lavoro sotto caporale: le persone coinvolte devono pagare a chi le recluta il trasporto a seconda della distanza (media di 5 euro), insieme ai beni di prima necessità come l'acqua e il panino. Il loro orario medio va da 8 a 12 ore al giorno. Le donne colpite da caporalato percepiscono un salario medio inferiore del 20% rispetto ai colleghi maschi. Nei casi più gravi venuti alla luce, alcuni lavoratori migranti sono stati pagati perfino un euro l'ora. Nelle stime circa 30 mila aziende ricorrono all'intermediazione del caporale, ovvero il 25% del totale delle imprese agricole sul territorio nazionale.

Una parte del testo, infine, è dedicata all'infiltrazione della mafia straniera nel settore, con un approfondimento particolare sulla criminalità bulgara. La diffusione, scrive il rapporto, permette alla mafia “di operare simultaneamente in più parti del territorio nazionale e dunque di ingaggiare manodopera, proporla al mercato della domanda/offerta illegale, stabilire/negoziare interessi con imprenditori irresponsabili/disonesti, ricavarne ricchezza”.

La criminalità agisce con modalità “di carattere antitetico a quelle che le organizzazioni sindacali mettono in essere per difendere i lavoratori”, afferma l'indagine della Flai: “I sodalizi criminali che gestiscono segmenti di offerta di manodopera con regole e comportamenti impositivi e discriminanti possono configurarsi come delle micro-organizzazioni parallele a quelle sindacali”. Una presenza da contrastare con forza, che il rapporto definisce come un vero e proprio “sindacato delinquenziale”.

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Infografica del rapporto
Cinque storie di braccianti sfruttati