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Verso il 2 aprile: «Il tempo è scaduto, la parola alla piazza»

I pensionati di Bologna si raccontano
Fabrizio Ricci
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La voce dei nostri lettori sulla mobilitazione per cambiare la Fornero. “Andrò in pensione a 68 anni”. “Per tre mesi ho perso tutte le salvaguardie”. “42 anni di contributi? È impossibile”. “Lavoro con i disabili, ma tra un po' loro seguiranno me...”

Che il tema pensioni sia uno di quelli che tocca direttamente e nel profondo gli interessi delle persone, incrociando la rabbia di molti, è un dato di fatto. Lo testimoniano anche i numerosi commenti e messaggi ricevuti dalla nostra redazione dopo l’annuncio della mobilitazione unitaria dei sindacati, il prossimo 2 aprile, con manifestazioni territoriali in tutto il paese per chiedere al governo (che non ha mai aperto il confronto su questo, come su altri versanti) di “cambiare la riforma Fornero” e “ricostruire un quadro di solidarietà tra i lavoratori”.

Lavoratori come Giulio, che – ci scrive – “se le cose non peggioreranno”, andrà in pensione a 67 anni e 11 mesi. “Ho 59 anni – racconta – e ho versato 36 anni di contributi, probabilmente sarò soggetto al sistema contributivo, ma vedo ex compagni di scuola che hanno tre anni più di me e si godono la lauta pensione retributiva. Quando mi incontrano mi dicono: ma tu sei giovane!”. Lavoratori come Mario, 38 anni di servizio in Poste Italiane: “La professoressa Fornero ha cancellato i miei diritti con un colpo di spugna – si sfoga – e per tre mesi ho perso tutte le salvaguardie possibili. Per di più – aggiunge – allo Stato non importa nulla il fatto che per 32 anni io abbia fatto volontariato per la Croce Rossa. È una vergogna”.

Un’altra testimonianza significativa è quella che ci ha fatto pervenire Rossana: “Lavoro in un centro diurno per disabili da 29 anni, ne ho 53 – ci dice –. Se aspetto i 67 anni per la pensione, loro seguiranno me... e il mio, cari signori, di sicuro è lavoro usurante...”. 


La rabbia è grande anche per un altro Giulio, che vuole raccontare la sua storia: “Ho 59 anni e ho iniziato a lavorare il 4 luglio 1973 – racconta – sono riuscito a cumulare 36 anni di contributi, lavorando nel privato, ma non tutti mi sono stati pagati. Da agosto 2014 sono disoccupato e mi attendono 9 anni senza stipendio, né pensione. Penso che per moltissimi come me sia impossibile cumulare 42 anni di contributi. Troviamo una soluzione”.

Una soluzione che, effettivamente, serve per tante persone. E forse proprio per questo Paolo accoglie quasi con sollievo la mobilitazione: “L’importante è esserci – ci scrive – per protestare contro una legge che costringe le persone di 63-64 anni a lavorare quando c'è una forte disoccupazione giovanile, e non solo”. A Paolo fa eco Giovanni, secondo il quale “il tempo è scaduto e la gente riempirà le piazze, perché il tema è sentito e il sindacato è stato sempre vicino alle persone. Avanti con le manifestazioni e che siano belle partecipate”.

Anche Rodolfo è d’accordo. Anzi, lui vorrebbe di più: “Bene mobilitarsi, ma ci vorrebbe uno sciopero generale domani, perché l'arroganza del governo è grave e richiede risposte articolate. Lavoratori precoci, ex quota 96, esodati e disoccupati – scrive ancora Rodolfo – uniamoci, non regaliamo anni della nostra vita che ci verranno pagati sempre meno”. “Mi fa piacere che si ricominci a scendere in piazza anche se con forte ritardo”, sottolinea invece Patrizia, che – come tanti – collega la riforma delle pensioni anche al tema dei costi della politica: “Bisogna presentare alternative perché venga modificata la legge Fornero e abolire i vitalizi e riordinare quanto percepiscono i nostri politici”, sostiene.

Chiudiamo (per ora) con la testimonianza di Renzo, Rsa Cgil a Reggio Calabria: “Non vedo l'ora di scendere in piazza contro questo governo centrale che sta assassinando i lavoratori, i pensionati e i giovani. Abbiamo abbassato la testa sul Jobs Act, parlo da sindacalista, ma non possiamo abbassarla anche sulle pensioni, sulla reversibilità e sulla perdita dei diritti sul lavoro, conquistati dai nostri nonni con sudore e sangue”.