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Al gran ballo del reddito di cittadinanza

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Con Alessandro Biagiotti, Caaf Roma; Claudio Di Berardino, assessore Lavoro Regione Lazio; Silvia Simoncini, Nidil Cgil. Voci dai Caf e dagli uffici postali. In studio Tania Scacchetti Cgil

di Giorgio Sbordoni Le 10 di ieri mattina al Caaf Cgil di via Poliziano, in pieno centro di Roma. Una quindicina gli appuntamenti già fissati per la prossima settimana per presentare domanda per il reddito di cittadinanza. Il 6 marzo doveva essere il d-day, il giorno più lungo, quello delle code infinite, dei terminali in tilt. Alla fine la montagna ha partorito il topolino. Con buona pace di chi aveva scomodato l’Armageddon, l’assalto temuto non c’è stato. Grazie anche alla preparazione dei centri di assistenza fiscale e all’organizzazione delle Poste, è stato più che altro un afflusso consistente, ma ordinato di persone molto determinate a capirci qualcosa. E se si esclude un breve crash del sito di prima mattina – l’online era la terza via per presentare istanza – tutto è filato liscio e senza intoppi, persino nel profondo sud, dipinto alla vigilia come il vero fronte di battaglia. “Nessun disagio e niente code” era, all’ora di pranzo, il ritornello dei lanci di agenzia dalle province della Campania, della Calabria e, giù giù, fino a Enna. A metà giornata le cifre ufficiali di Poste Italiane parlavano di meno di 30 mila domande raccolte. Nella Capitale, pochi metri dalla centralissima via Merulana, Vincenzo esce dal Caaf Cgil con la voglia di parlare, di raccontarsi e raccontare tutto, “che almeno alla mia signora, quando torno a casa, le dico che ho fatto un’intervista”. La cadenza romana si riflette nello sguardo pulito dei suoi occhi azzurri e delle cose che, lo si capisce, ha proprio voglia di dirci. “Io voglio lavorare, non voglio stare a casa davanti alla tv, o in quelle sale tristi dove si chiudono tanti ‘vecchietti’ a giocare a carte tutto il giorno. Ma, certo, se proprio non ci riescono a darmi un posto, spero che almeno possano darmi qualche soldo per tirare avanti”. A 63 anni non ha perso la speranza di tornare a sporcarsi le mani. “Sono invalido civile e non lavoro dal 2011. Ero un addetto agli scavi archeologici, fino a quando la cooperativa di cui ero dipendente da vent’anni non ha deciso di licenziarmisenza una causa. Ho ancora una vertenza aperta con loro. Mi mancavano quattroanni per raggiungere i requisiti richiesti per la pensione anticipata per lavoro usurante. Oggi l’avrei ottenuta. E invece mi toccherà attendere fino ai 67. E intanto da otto anni arrivo a fine mese con difficoltà, grazie a mia moglie che ha lavorato fino a due anni fa, grazie alla mobilità prima, alla disoccupazione speciale poi. Pochi soldi, 400 euro al massimo, ma almeno quelli c’erano. Adesso, da un paio d’anni, faccio veramente fatica. Le bollette da pagare, la spesa per mettere qualcosa in tavola, l’imbarazzo di essere nonno di due nipotini ai quali non poter mai fare un regalo. Quello che chiedo allo Stato è un aiuto. Magari un lavoro, per sentirmi ancora attivo, contribuire alla società e non stare con le mani in mano. All’ufficio di collocamento mi hanno trovato un colloquio solo una volta, per un impiego in un hotel. Ero entusiasta della prospettiva, ma presto mi sono reso conto del fatto che in lizza con me c’erano tanti giovani e alla fine al classico ‘le faremo sapere’ non è mai seguita una telefonata. Va bene il reddito, ma il lavoro sarebbe meglio”. La storia di Vincenzo è una storia che si ripete, con una cadenza regolare, tra i pochi che, una volta preso appuntamento al caf, hanno voglia di parlare. È una storia trasversale: che siano uomini o donne, giovani o vecchi, italiani o stranieri, del centro o di periferia, poco importa. Il reddito è un rimedio accettato con un po’ di imbarazzo e tanta frustrazione. Il sogno resta un posto di lavoro. Ce lo racconta Caterina, 38 anni, due figli, uno disabile, tanta grinta nel volto giovane ma provato dalle preoccupazioni. “Vivo da mia madre, non sono proprietaria dell’appartamento e, regole alla mano, dovrei rientrare nella platea. Sono anni che non lavoro, facevo la donna delle pulizie. Un impiego lo cerco da tempo, anche se dovrei organizzarmi per accudire il mio bambino. E non sarebbe facile. Ma sarei disposta ad accettare la sfida pur di avere un lavoro”. In periferia la musica non cambia.  Al Caaf Cgil di Viale Irpinia, quartiere Prenestino, pochi metri da Villa Gordiani, Alessandro non riesce a trattenere le lacrime. Aveva unalavanderia e tutto andava a gonfie vele. Poi l’affitto è triplicato e nel suo mondo si è aperto uno strappo impossibile da ricucire. Prima il margine di guadagno si è assottigliato, poi è arrivato il tempo di liquidare l’unica dipendente. I clienti sono diminuiti, impossibile reggere da solo lo stesso ritmo: alla fine non gli è rimasto che chiudere. A 42 anni e con 23 di contributi, si è ritrovato senza arte né parte. Ed è toccata anche a lui la solita trafila: in 5 anni di disoccupazione,pochi periodi di lavoro in nero, impieghi da 12 ore al giorno per 300 euro al mese. Il dubbio “che non mi assumessero perché calvo e con la pancia”, la spia di un baratro psicologico dal quale è difficile mettersi al sicuro. È stato costretto a bussare alla porta del reddito, ma sogna ancora la sua lavanderia, quella sensazione di sentirsi vivo, di avere un posto nel mondo. Di storie come queste ce ne sono molte altre. Riassunte nei moduli, in una manciata di crocette e alcuni puntini riempiti di nomi, indirizzi, cifre e codici fiscali, le biografie del Paese reale si accumulano nei raccoglitori degli uffici, in attesa del vaglio dell’Inps. Nelle stesse ore, ieri mattina, l’Ocse ci ha ricordato che anche il resto del 2019 sarà un anno di lacrime e recessione. E ad accostare i due dati sembra di vivere in un paradosso, tanto che in molti già si chiedono come spiegare la bassa marea di richieste quando tutte le previsioni avevano annunciato tempesta. Il tempo ci dirà se è stato merito della buona organizzazione, degli appelli alla calma o piuttosto confermerà il fallimentoinaspettato. Analisti sociali ed economisti forse ci spiegheranno che la partenza è stata falsata da regole caotiche, in qualche caso persino poco certe – oltre che emendabili in corso d’opera. Gli editoriali forse ritratteranno, a un anno dalle elezioni, le letture che avevano dato al reddito di cittadinanza il merito della vittoria dei Cinque Stelle o interpreteranno l’avvio flop di quella che era stata la loro misura simbolo come la fine della luna di miele. Quello che abbiamo capito, parlando con chi questa mattina si è messo in fila, è che le persone chiedono un lavoro, prima di tutto. E che un reddito o un ammortizzatore sociale non varranno mai uno stipendio.