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L'intervento

Per un'economia della cultura

Foto: Simona Caleo
Sandro Del Fattore
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L'idea della Cgil è mettere a sistema la straordinaria presenza di eccellenze culturali nel nostro Paese, restituendo ai cittadini il diritto all'accessibilità e alla partecipazione

L'articolo che segue è tratto dal n.4/2020 di Idea Diffusa, il mensile a cura dell'Ufficio lavoro 4.0 della Cgil realizzato in collaborazione con CollettivaClicca qui per leggere tutti gli articoli di questo numero dedicato alle smart cities.

Uno degli elementi che caratterizzano l’Italia è senza dubbio la sua cultura coniugata con il suo immenso patrimonio culturale. La Cgil è da sempre convinta che la cultura sia la carta migliore che il Paese può giocare, che costituisca cioè il motore della crescita intesa in tutte le sue accezioni: economica ma anche sociale. Arte e politica sono legate da sempre da un nesso inscindibile, e non è un caso che l’articolo 9 rientri tra i principi generali che formano la nostra Costituzione.

Quell’articolo e la sua collocazione indicano una precisa visione dei padri costituenti che hanno inteso il patrimonio artistico e storico del Paese come un elemento fondante dello  sviluppo della cultura e della società. Il combinato disposto degli articolo 9, 33 e 34 della Carta costituzionale ci indicano con chiarezza l’ambito necessario di ricomposizione di una filiera che ricomprenda nell’ambito culturale l’educazione, la tutela, la ricerca la promozione e lo sviluppo.

La stessa Europa ha ben delineato quale sia il ruolo della cultura nel progetto politico europeo: “L'Europa è un progetto politico e non semplicemente un mercato economico. La cultura è posizionata perfettamente sulla cima tra l'economia e la sfera politica. Paragonato agli altri settori dell'economia, la cultura ha una dimensione addizionale – crea non solo ricchezza ma contribuisce anche all'accettazione sociale, ad una migliore educazione, alla sicurezza di sé e all'orgoglio di appartenere ad una comunità storica.La cultura è anche un attrezzo potente di comunicazione dei valori e di promozione di obbiettivi di interesse pubblico che aiutano ancora di più alla creazione di ricchezza".

 Tuttavia, seguito della crisi economica del 2008, il nostro Paese è tra quelli che in Europa hanno investito meno nel settore culturale e la stessa Europa segna un investimento complessivo in cultura inferiore alla media mondiale, che si attesta all’1,9%. Oggi assistiamo agli effetti di quanto avvenuto, in termini di scelte politiche pubbliche sia a livello nazionale che a livello di enti locali, negli ultimi 10 anni e, in questa profonda fase di crisi esacerbata dalla pandemia, crediamo che sia davvero arrivato il momento di provare ad   armonizzare il mondo della cultura con quello dell’economia, la indubbia vocazione artistica e culturale del Paese con la sua parimenti indiscutibile vocazione industriale.

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Del resto già nel 1947 T.W. Adorno e M. Horkheimer descrissero il modello delle industrie culturali (The Cultural Industries Model) affiancando al termine cultura quello di industria ed è indubbio che, accanto al patrimonio culturale più propriamente inteso c’è tutto un settore di produzione culturale che comprende le performing arts e le arti visive, cui afferiscono anche le cosiddette industrie creative (architettura, comunicazione, design) e le industrie culturali propriamente dette (cinema, editoria, tv, radio, videogiochi, software, musica e stampa). Secondo i dati Eurostat l’Italia è al 19esimo posto su 28 per la percentuale di persone impegnate nei settori legati alla cultura, contando anche le mansioni non strettamente culturali. Nel 2018 la percentuale corrispondeva al 3,4% degli occupati totali e di questi  meno del 50%  era in possesso di una laurea. L’ex ministro Alberto Bonisoli aveva annunciato la copertura di 3.600 posizioni in tre anni, da potenziare eventualmente, a seguito dei calcoli sugli effetti dalla cosiddetta quota cento.

È però evidente che, seppure sia importante l’implementazione di addetti al settore culturale, non si può prescindere dalla stigmatizzazione di una prassi assai in uso in Italia: sappiamo infatti che molte realtà sopravvivono grazie al lavoro dei volontari utilizzato in quasi la metà degli istituti museali italiani. Spesso si tratta di giovani laureati che, in mancanza di opportunità lavorative, tentano di acquisire esperienza proprio con il volontariato. In generale le condizioni di lavoro nel settore culturale, complessivamente inteso, sono pessime. È infatti molto alta la percentuale di lavoratori discontinui e precari e la fase di blocco determinata dalla pandemia ha evidenziato senza possibili dubbi le storture del sistema.

È evidente che questo ci interroga sull’indirizzo etico e politico di uno Stato che sostituisce il lavoro, formato e retribuito, con  forme di lavoro non retribuito e che non valorizza le competenze espresse da lavoratori che operano in uno dei settori strategici del Paese, derogando al suo compito di rendere fruibili i beni comuni ai cittadini. La fruizione è infatti il possibile punto di incontro tra la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale, l’una in capo allo Stato, l’altra esercitabile sulla base del principio di sussidiarietà orizzontale anche da privati.

La fruizione del patrimonio culturale va però di pari passo con l’educazione. I dati sull’utilizzo del bonus cultura, che indicano come solo una esigua parte delle risorse sia stato speso per visitare musei o siti analoghi, ci interrogano appunto su quale sia l’educazione all’interesse per la cultura destinata alle nuove generazioni. Lo Stato italiano dovrebbe interrogarsi anche di fronte al dato (rapporto 2018 Federcultura) secondo cui il 38,5% degli italiani non partecipa ad alcun evento culturale e quasi sette italiani su dieci non vanno al cinema, non visitano un museo e neppure un sito archeologico.

Di sicuro l’intero sistema educativo mostra falle in questo senso. Basti pensare a come sia affrontato il tema dell’educazione musicale, che oltre alle debolezze intrinseche durante il ciclo primario, scompare nei cicli secondari di istruzione. La partecipazione culturale, la formazione, bassa ed alta, sono dunque elementi che hanno un impatto rilevante sul benessere delle persone e costituiscono un elemento imprescindibile di coesione sociale, di creazione di una identità condivisa.

Un altro punto debole del sistema culturale italiano sono le infrastrutture obsolete. Se consideriamo solo quelle dedicate (e non ci rivolgiamo alla debolezza infrastrutturale del Paese che incide comunque sulla valorizzazione delle diverse aree) si può partire dalle poche didascalie in braille (solo in un quinto dei musei sono presenti materiali e supporti informativi specifici, come percorsi tattili o pannelli per i non vedenti) alle chiusure per incuria, dalla scarsità di fondi destinati alla valorizzazione dei siti collocati nelle aree interne alla penuria di risorse pubbliche. Basti pensare che solo una bassa percentuale di musei italiani può fruire di contributi pubblici o al costante taglio del Fondo unico dello spettacolo cui si è assistito negli anni passati.

Eppure l’incidenza dei settori cultura e turismo sul Pil nazionale è elevata e il moltiplicatore degli investimenti in cultura è pari all’1,8%, il che ci conferma l’improcrastinabilità e la vantaggiosità di interventi strutturali nell’industria creativa e culturale, nei musei, siti archeologici, biblioteche, editoria, teatri stabili, fondazioni lirico sinfoniche, e, parallelamente in formazione ed istruzione. L’idea per la Cgil è quella di dare vita ad una economia della cultura, complessivamente intesa, mettendo a sistema la straordinaria presenza di eccellenze culturali del paese e restituendo ai cittadini il diritto alla accessibilità ed alla partecipazione.

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L’innovazione tecnologica, se pensata come risposta ai bisogni di cittadinanza, può essere anch’essa una delle leve di sviluppo dell’intera filiera. Cultura e tecnologia infatti possono e devono avere un rapporto sinergico specie in un Paese dotato di un così elevato numero di beni culturali, frammentati nella loro locazione territoriale, scuole ed accademie artistiche di alto livello, luoghi internazionali di produzione della musica. La tecnologia é stata prevalentemente utilizzata in questi anni per la tutela del patrimonio culturale, meno per ampliarne ed agevolarne la fruizione. L’emergenza sanitaria ha comportato una decisa accelerazione dell’utilizzo di strumenti digitali anche per le le attività remotizzate di comunicazione, ed una fruizione obbligata di contenuti culturali, anche visivi, da remoto.

La tecnologia, che di per se stessa può svolgere un ruolo abilitante per la creazione di ecosistemi collaborativi, di comunità, che mettano in rete e valorizzino l’intero e variegato patrimonio culturale italiano, oggi diventa strumento primario anche per ampliare ed estendere l’esperienza di fruizione. Dunque si può strutturare un forte rapporto tra conoscenza, valorizzazione e tutela del patrimonio culturale del passato e cultura anche tecnologica che ci proietta nel futuro. Ripensare le politiche europee e quelle nazionali sulla base dei principi di equità e sostenibilità passa necessariamente dalla cultura e dalla sua valorizzazione. Il nostro Paese non può disperdere ricchezza e talenti.