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C’è una notizia: finalmente qualcuno ha trovato il modo di risolvere la violenza contro le donne. Il patriarcato. Non è una battuta. O almeno non è mia. Nel programma di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci compare un’espressione che merita di essere presa molto sul serio: “patriarcato mediterraneo”. Non semplicemente patriarcato, dunque. Mediterraneo. Che detto così sembra quasi qualcosa da servire con olio extravergine, pomodorini e una spruzzata di origano. Invece si parla di noi.
Il modello indicato è quello di uomini forti, capaci di dominare emozioni e passioni, chiamati a “proteggere le donne” e a difendere la società. La parola decisiva è proprio proteggere. Perché ogni volta che qualcuno sostiene che le donne abbiano bisogno di essere protette dagli uomini, vale la pena domandare: protette da chi? La violenza maschile contro le donne avviene molto spesso dentro relazioni affettive, familiari, domestiche. Proprio nei luoghi che la retorica patriarcale ha raccontato per secoli come quelli della protezione.
E la domanda successiva: che prezzo ha quella protezione? La storia delle donne ci insegna che molto spesso siamo state protette a condizione di essere controllate. Protette purché figlie obbedienti, mogli fedeli, madri devote. Protette purché sessualmente rispettabili. Protette, insomma, purché restassimo al nostro posto. Non è necessario inventare categorie nuove per comprenderlo.
Gli antropologi che nel Novecento hanno studiato le società mediterranee hanno descritto a lungo il sistema dell’onore e della vergogna: l’onore prevalentemente associato alla reputazione maschile, la vergogna al comportamento femminile, soprattutto sessuale. Era la descrizione di un sistema sociale. Ed è forse questo l’aspetto più interessante del “patriarcato mediterraneo” di Vannacci: prende ciò che per decenni è stato oggetto di studio perché dannoso per le donne e lo trasforma in un orizzonte desiderabile. Conosciamo abbastanza bene quell’orizzonte.
In Italia l’adulterio della moglie è stato un reato. Fino al 1968, quando la Corte costituzionale dichiarò illegittima la disparità di trattamento tra moglie e marito. Abbiamo avuto il matrimonio riparatore, che consentiva all’autore di violenza sessuale di estinguere il reato sposando la donna che aveva violentato. Abbiamo avuto il delitto d’onore, che prevedeva una pena fortemente attenuata per chi uccideva la moglie, la figlia o la sorella in determinate circostanze legate all’“onore”. Matrimonio riparatore e delitto d’onore sono scomparsi dal nostro ordinamento soltanto nel 1981. Non stiamo parlando del Medioevo.
Molte delle donne che hanno vissuto sotto quelle norme sono vive oggi. E non erano norme nate nonostante il patriarcato. Erano la sua traduzione giuridica. La donna era sotto tutela perché qualcuno riteneva di sapere che cosa fosse meglio per lei. E proprio perché la proteggeva poteva stabilire come dovesse comportarsi, quale sessualità fosse accettabile, quale famiglia dovesse costruire, quanto la sua libertà potesse spingersi oltre il confine dell’onore familiare.
Noi donne abbiamo impiegato secoli a trasformare la protezione in diritti. Non vogliamo un uomo forte che ci protegga. Vogliamo istituzioni forti abbastanza da garantire la nostra libertà e la nostra sicurezza. Vogliamo poter uscire la sera senza paura, lasciare un uomo senza rischiare la vita, denunciare una violenza ed essere credute, lavorare senza essere discriminate, scegliere se diventare madri, decidere del nostro corpo e della nostra vita. Questa si chiama sicurezza. Ed è molto diversa dalla protezione. La protezione presuppone qualcuno che protegge e qualcuno che viene protetto. La sicurezza è invece un diritto. Non richiede obbedienza, riconoscenza o dipendenza.
Soprattutto, non richiede che qualcuno ci assegni un posto. Perché il grande problema del patriarcato è che assegnava i posti. Questo è il posto dell’uomo. Questo è il posto della donna. Questo è il comportamento rispettabile. Questa è la famiglia giusta. Questa è la sessualità ammessa. Questo è ciò che una donna perbene può fare. E quando una donna usciva dal posto assegnato arrivavano il giudizio, la vergogna e, qualche volta, la violenza.
Per questo sarebbe un errore liquidare il “patriarcato mediterraneo” come una delle tante provocazioni della politica italiana. Le parole costruiscono immaginari. E gli immaginari, quando diventano egemoni, prima o poi chiedono di diventare politiche. Per questo abbiamo combattuto. Ci abbiamo messo molto tempo a uscire dal posto che avevano preparato per noi e non abbiamo ancora finito. E non abbiamo nessuna intenzione di tornarci.
Lara Ghiglione, segretaria confederale Cgil






















