Prende il via oggi una serie di articoli e approfondimenti che ha al cuore l’obiettivo di approfondire la conoscenza della previdenza complementare, ma si pone anche quello di spiegare con linguaggio semplice, ma specifico, come funziona il nostro sistema pensionistico e, quindi, in quale sistema si inserisce la previdenza complementare italiana.

Muoviamo da una consapevolezza: i fondi pensione negoziali sono una straordinaria opportunità per consentire a lavoratrici e lavoratori del nostro Paese di far fruttare al meglio il proprio Tfr, conseguendo dei rendimenti che superano la rivalutazione del Tfr lasciato in azienda, beneficiando al tempo stesso di significativi risparmi fiscali e ottenendo il contributo datoriale, una quota aggiuntiva in genere tra l’1 e il 2% del salario, che viene riconosciuta dai contratti collettivi a chi aderisce ai fondi negoziali istituiti tramite la contrattazione.

Tuttavia, non bisogna cadere in una trappola: pensare che il problema delle pensioni povere, dei salari bassi e della precarietà, che determinano anche incertezza sul futuro previdenziale, si possa risolvere solo con i fondi pensione. La previdenza complementare è, appunto, complementare a quella pubblica, che resta e resterà in pilastro fondamentale del nostro sistema pensionistico.

I cambiamenti demografici e le novità intervenute negli ultimi decenni in ambito previdenziale, unitamente ai salari bassi e alla fragilità di alcuni settori del nostro sistema produttivo, generano enormi diseguaglianze anche in ambito previdenziale: la politica ha il compito, e la responsabilità, di affrontare queste diseguaglianze e risolverle.

La piena applicazione dell’articolo 3 della nostra Costituzione oggi riguarda anche migliaia e migliaia di pensionate e pensionati, e riguarda ancor di più i pensionati futuri. Approfondiremo questi aspetti nel corso dei prossimi mesi con diverse uscite su Collettiva e sui canali social. Il sistema previdenziale italiano continua a riflettere e, in alcuni casi, ad amplificare le diseguaglianze che attraversano il mercato del lavoro. Carriere discontinue, bassi salari, precarietà e lavori gravosi producono effetti che si proiettano fino alla pensione, rischiando di compromettere il diritto a una vecchiaia dignitosa per milioni di persone.

Il nostro sistema previdenziale contiene ancora ingiustizie profonde che vanno corrette”, afferma Lara Ghiglione, segretaria confederale della Cgil -. Chi ha svolto lavori usuranti, chi ha avuto salari bassi o percorsi lavorativi frammentati non può essere trattato allo stesso modo di chi ha avuto carriere continue e retribuzioni elevate. Non si tratta di penalizzare qualcuno, ma di introdurre quegli elementi di equità necessari a riequilibrare diseguaglianze che nascono già nel mercato del lavoro”.

Una delle criticità più evidenti riguarda infatti coloro che, pur avendo raggiunto un'età avanzata, rischiano di non accedere ad alcune forme di pensionamento a causa dell'insufficienza dei contributi versati o del mancato raggiungimento degli importi soglia previsti dalla normativa. "È inaccettabile - prosegue Ghiglione – che chi ha guadagnato meno per tutta la vita lavorativa venga penalizzato una seconda volta al momento della pensione. Prima si subiscono salari bassi e precarietà, poi si rischia di non avere una pensione adeguata o addirittura di non poter accedere a determinati istituti previdenziali. Un sistema giusto deve proteggere chi è più debole, non accentuarne le difficoltà”.

Le diseguaglianze previdenziali colpiscono in modo particolare donne e giovani. Le prime continuano a scontare differenziali salariali, carriere discontinue, lavoro di cura non retribuito e maggiore diffusione del part-time involontario. I secondi, invece, entrano sempre più tardi e in modo instabile nel mercato del lavoro, accumulando contributi insufficienti per costruire pensioni adeguate.

"Donne e giovani rischiano di pagare il prezzo più alto delle trasformazioni del lavoro – sottolinea la segretaria confederale della Cgil -. Le donne continuano a subire un doppio svantaggio, nel lavoro e nella pensione, mentre intere generazioni di giovani rischiano di avere assegni pensionistici inadeguati. Per questo chiediamo una pensione contributiva di garanzia e il riconoscimento del lavoro di cura, perché la previdenza deve ridurre le diseguaglianze, non amplificarle".

Un tema centrale rimane poi quello dell'adeguamento automatico dei requisiti pensionistici all'aspettativa di vita. "Dopo anni di promesse sul superamento della legge Fornero – afferma  la sindacalista – continuiamo ad avere un sistema che rischia di trasformare l'aspettativa di vita in uno dei più grandi fattori di diseguaglianza del XXI secolo. Non tutti svolgono gli stessi lavori, non tutti vivono nelle stesse condizioni sociali e di salute e non tutti hanno la stessa aspettativa di vita in buona salute. Legare automaticamente l'età pensionabile a un dato medio senza considerare le differenze sociali, territoriali, professionali e di genere significa produrre nuove ingiustizie”.

Per la Cgil la previdenza deve tornare a essere uno strumento di giustizia sociale e redistribuzione. “La previdenza non è soltanto una questione tecnica o finanziaria - conclude Ghiglione -. È uno dei pilastri della cittadinanza sociale. Per questo continuiamo a chiedere maggiore flessibilità in uscita, il riconoscimento dei lavori gravosi e usuranti, la valorizzazione del lavoro di cura e tutele adeguate per chi ha avuto carriere discontinue. Costruire una previdenza più giusta significa costruire una società più giusta”.

In questo quadro, anche la previdenza complementare rappresenta un tassello fondamentale del sistema di protezione sociale. Un sistema che va conosciuto, spiegato e reso sempre più accessibile. La rubrica che prende il via oggi su Collettiva e sui canali social, e che proseguirà fino alla fine dell'anno, nasce proprio con questo obiettivo: fornire strumenti di conoscenza e approfondimento per aiutare lavoratrici e lavoratori a orientarsi in un sistema previdenziale sempre più complesso.