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Il ministro della Sanità Orazio Schillaci celebra festoso l’approvazione dei nuovi Livelli essenziali di assistenza. Mancava da tempo – afferma – l’aggiornamento dei Lea e con il provvedimento che entrerà in vigore al fine mese ne sono stati aggiunti 800, i cittadini avranno più opportunità di prevenire malattie e curare quelle che arrivano.
In queste affermazioni governative esiste una verità e una menzogna. Vero che è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il 1° ottobre e che a fine mese entrerà in vigore il decreto che aggiorna i Lea. L’ultimo aggiornamento risale al 2017 e di una svecchiata c’era certo bisogno, visto che in nove anni cambiano le cure, esistono farmaci che allora non erano disponibili così come le nuove protesi ecc. Falso che cittadine e cittadine, tutti contemporaneamente, potranno godere dei nuovi diritti che il decreto introduce. In realtà i cittadini e le cittadine che oggi hanno bisogno di accedere ai Lea, quelli vecchi, non tutti e non in tutto il territorio nazionale riescono ad ottenerli.
Secondo i dati forniti dallo stesso ministero della Salute che a luglio scorso ha pubblicato un Report di monitoraggio sui Lea del 2024 si scopre che in quasi tutte le regioni si raggiunge la sufficienza, che la situazione è migliorata rispetto all’anno precedente ma che rimangono, anzi si approfondiscono divergenze e diseguaglianze.
Quasi tutte le regioni superano la soglia dei 60 punti (la sufficienza) in ciascuna delle tre grandi macroaree in cui è suddivisa la rilevazione: prevenzione collettiva, assistenza distrettuale e assistenza ospedaliera. Le insufficienti risultano: la provincia Autonoma di Bolzano, la Calabria e la Sicilia. Già questo è un dato rilevante, ma se poi si guardano i numeri si scopre che le altre regioni del Sud sono appena sopra la soglia di sufficienza mentre al Nord la soglia si supera in abbondanza. E già questa raccolta di diseguaglianze è dura a regredire.
Esiste un “ma” che pesa come un macigno su queste rilevazioni: da un lato liste di attesa che non diminuiscono e contemporaneamente l’aumento di chi decide di non curarsi.
Caro ministro Schillaci, vuol provare a spiegare come sia mai possibile dire che si supera la soglia di sufficienza dei Livelli essenziali delle prestazioni se contemporaneamente le persone in carne eossa rinunciare a prestazioni Lea, perché le liste di attesa sono troppo lunghe e non possono permettersi di pagare quella stessa prestazione che il Servizio sanitario non riesce ad erogare
Per di più proprio i dati ministeriali, ancorché incongruenti e contraddittori, denunciano il fatto che ha maggiori probabilità di curarsi e di prevenire malattie chi risiede in Emilia Romagna, Toscana, Veneto e Piemonte e molto ma molto meno che invece vive al di sotto del Garigliano. E meno male che i fondi del Pnrr dovevano servire a ridurre le diseguaglianze.
Ora, è certamente cosa buona e giusta salutare positivamente l’approvazione dei nuovi Livelli essenziali delle prestazioni che introducono, ad esempio, test genetici per lo screening del tumore della mammella accompagnato da un pacchetto di indagini per ampliare la prevenzione. E poi diventano Lea i test neonatali per individuare 8 malattie genetiche rare. O ancora si introducono una serie di esami non invasivi per patologie epatiche e, finalmente si considerano le patologie legate a disturbi alimentari: nel nomenclatore entrano due nuove prestazioni la terapia psicoeducazionale individuale e quella collettiva. Per entrambe il decreto prevede cicli di dieci sedute, con un massimo di venti sedute l’anno. Ma inevitabilmente ci domandiamo: quanti soldi sono stati destinati, in aggiunta al Fondo sanitario a tali prestazioni?
Interrogativo che non ci poniamo da soli. "Ci chiediamo come pensa il Governo di garantire i nuovi Lea. Con le risorse che già ora non bastano per la sopravvivenza del Servizio Sanitario Nazionale? Con il personale insufficiente, stremato e sottopagato? Quegli stessi professionisti, operatori e operatrici su cui grava ancora la spada di Damocle dei tetti alla spesa sul personale? Con il personale non ancora pervenuto per garantire l’operatività di Case e ospedali di comunità, di tutti i servizi e l’assistenza territoriale prevista dal DM 77/2022?". Sono gli interrogativi posti dalla segretaria confederale della Cgil Daniela Barbaresi dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale del decreto sui nuovi Livelli essenziali di assistenza”.
Di questi giorni è la notizia che sono assai aumentati i medici che abbandonano il Ssn. C’è poi una notizia vecchia: mancano infermiere e infermieri e anche dove si potrebbe assumere non se ne trovano. Allora, caro ministro, c’è davvero poco da festeggiare.
Aggiunge dunque la dirigente sindacale: “La strada dei buoni propositi senza azioni coerenti, senza risorse, senza personale può essere utile per la propaganda, ma non certo per affrontare i problemi che attanagliano la tutela della salute delle persone e il servizio sanitario nazionale, alle prese ormai da anni con un sottofinanziamento cronico che rende insostenibile la sanità pubblica e costringe le persone a rivolgersi al privato, pagando, o rinunciare alle cure. Con un Ssn oggi non in condizioni di garantire i Lea esistenti, introdurne altri, senza finanziamento significa ancora una volta strizzare l’occhio al privato, così come è stato fatto recentemente con l’aggiornamento delle tariffe”.
Venerdì scorso il ministro delle Finanze Giorgetti ha presentato il Documento di finanza pubblica: da quel che se ne sa le risorse per le armi ci sono, quelle per la salute dei cittadini e delle cittadine invece no. Ed è bene ricordare che non solo l’Italia è fanalino di coda per spesa in sanità, ma siamo ben sotto la soglia – 6,5% del Pil – sotto la quale, dice l’Oms, si mette a rischio la salute pubblica, ma tant’è, festeggiamo Lea che non saranno esigibili se non da una minoranza della popolazione.
Per questo, conclude Barbaresi, a partire dalla prossima legge di bilancio occorrono risorse adeguate al Ssn per allineare l’Italia ai Paesi europei più avanzati con un finanziamento del Fabbisogno sanitario nazionale pari al 7,5% del Pil, destinando le maggiori risorse alle strutture pubbliche e alla valorizzazione del personale, come prevede la proposta di legge di iniziativa popolare, promossa da un’ampia rete di associazioni, tra le quali la Cgil".
Visto il Documento di finanza pubblica c’è davvero poco da sperare. Ed è proprio anche per questo, per chiedere che l’articolo 32 della Costituzione sia rispettato, che torna la Via Maestra e riprendere il cammino per affermare che la Costituzione e i diritti che scolpisce, a partire da quello della salute, devono tornare al centro dell’azione della politica. L’appuntamento è per sabato 17 ottobre a Roma. Ci si trova alle 13.30 a Piazza della Repubblica. Da lì partirà il corteo che raggiungerà Piazza del Popolo intorno alle 17. Buon cammino.



























