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Quando si dice priorità. Il sindaco di Bologna Matteo Lepore ha annunciato che dall’8 settembre di quest’anno tutte le famiglie che avevano chiesto un posto in nido per il proprio figlio o figlia, tra i nove e i 36 mesi, lo hanno trovato. Azzerate le liste di attesa, anzi, ci sono ancora 38 posti disponibili. Il sindaco della città delle due torri, cioè, ha deciso di investire in servizi per l’infanzia e ha messo in quella posta del suo bilancio le risorse necessarie. Se si vuole, dunque, si può.
Meloni, prima donna a sedere a Palazzo Chigi, evidentemente ritiene che le altre donne debbano rimanere a casa con i propri figli, deve essere per forza così visto che nel primo provvedimento di revisione del Pnrr, era il novembre 2023, ha fortemente ridimensionato l’obiettivo originario del Piano (Missione 4, Componente 1, Investimento 1.1), passando dai 264 mila nuovi posti in nidi, scuole dell’infanzia e servizi di educazione e cura per la prima infanzia, a poco più di 150 mila posti, con un taglio molto consistente dell’offerta, meno di un miliardo. Dove sono finite quelle risorse? Presumibilmente in sovvenzioni senza condizionalità alle imprese.
E non finisce qui, ormai siamo ai giochi di prestigio. In una ulteriore e recente revisione del Pnrr (novembre 2025) il governo ha deciso che nell’attuale target di 150.480 nuovi posti possano essere inclusi fino a un massimo di 35 mila posti derivanti da demolizioni e ricostruzioni di strutture già esistenti. Posti esistenti che vengono demoliti e che risorgono contati per nuovi. Sembra davvero il gioco delle tre carte.
È, appunto, questione di priorità. Altro che invertire la curva della denatalità. Senza politiche di condivisione, lavoro stabile per le donne, non precario o part time se non lo scelgono le donne stesse, senza servizi per i piccoli, flessibili ed efficienti, i figli continueranno a non nascere.
Evidentemente costruire e attivare i nuovi posti nei nidi per bimbe e bimbi non era e non è una priorità per il Governo Meloni. A farcelo scoprire è uno studio dell’Area Stato sociale e diritti della Cgil nazionale: “Dalla piattaforma di monitoraggio ReGiS predisposta dal ministero dell’Economia risultano finanziati 2.925 progetti, per un valore complessivo di 4 miliardi di euro (di cui 3,5 miliardi di euro Pnrr). Ma, al 13 giugno scorso, solo una minima parte dei progetti di cui è possibile monitorare l’iter di attuazione risulta concluso, mentre numerosi progetti presentano ritardi nell’attuazione delle opere”.
Sempre a giugno scorso le opere completate e collaudate sono 588 (pari al 20,1 per cento del totale). È bene ricordare che il Pnrr scadeva ad agosto. Vero è che 1.094 strutture (pari al 37,4 per cento) risultano completate ma non ancora collaudate, ma si registrano ritardi evidenti e diffusi nella fine dell’esecuzione dei lavori che riguardano ben 1.766 progetti (pari al 60,4 per cento del totale), cui si aggiungono 27 progetti con ritardi nell’avvio dei lavori.
E se il Pnrr nasceva per ridurre divari e diseguaglianze, l’obiettivo non è certo raggiunto. Basti pensare che i ritardi maggiori nei pagamenti, quindi nell’esecuzione dei lavori, riguardano proprio le regioni che avevano e hanno ancora il numero di posti nei nidi più bassi: Sicilia (43 per cento), Calabria (45,7), Campania (48,1) e Lazio (48,7 per cento). Solo in due regioni, Valle d’Aosta e Veneto, i pagamenti effettuati hanno superato l’80 per cento dei finanziamenti.
Se questo è il quadro, il rischio è che quando si arriverà al bilancio conclusivo si scoprirà che nemmeno tutti i 150.480 posti saranno stati realizzati. Perché? Le ragioni sono diverse, ma tutte attengono appunto alle priorità che ci si dà. E poi c’è la questione delle risorse. Non è un caso infatti che, come hanno certificato l’Ufficio parlamentare di bilancio e la Fondazione Agnelli, non ci sono solo differenze tra regione e regione, ma anche tra comuni piccoli e grandi.
Ai bandi hanno aderito prevalentemente comuni grandi, dove però nidi già esistevano, mentre i piccoli non hanno nemmeno partecipato. Perché incapaci? No, perché le spese di gestione ordinaria (come luce, acqua, nettezza urbana, salario degli educatori) sono a carico del comune, e nel corso di questa legislatura anche le risorse ai comuni sono state tagliate, tanto più ai piccoli.
Come si può pensare, allora, di ripopolare le aree interne se si tagliano risorse e quindi servizi? È, appunto, questione di priorità. Non è vano ricordare che se l’Italia vuole mettersi in pari e raggiungere l’obiettivo europeo, ossia nel 2030 il 45 per cento dei bimbi e delle bimbe tra zero e tre anni deve trovare posto al nido, allora per garantirne la gestione diretta da parte dei comuni sono necessari almeno 1,6 miliardi di euro in più all'anno per la spesa corrente e almeno 37 mila educatrici ed educatori in più.
Le preoccupazioni della Cgil allora si moltiplicano. “Il possibile mancato conseguimento dell’obiettivo rappresenterebbe un inaccettabile fallimento”, commenta la segretaria confederale Cgil Daniela Barbaresi: “Perdere un’occasione irripetibile sarebbe una sconfitta di enormi proporzioni per il Paese, che risulterebbe incapace di dotarsi di un'infrastrutturazione sociale strategica, volta a raggiungere obiettivi vitali per il futuro del Paese. Soprattutto quello primario e fondamentale: garantire i diritti di tutti i bambini e le bambine a un’educazione di qualità sin dalla prima infanzia in un sistema integrato di educazione e di istruzione 0-6 anni”.

























