Promesse elettorali? Meglio chiamarle per quello che sono: slogan pubblicitari ingannevoli. Anche sulle pensioni, la legge di Bilancio 2023 non fa quello che era stato annunciato dal governo e invece fa proprio quello che era stato scongiurato: non supera la legge Fornero e addirittura taglia a quattro milioni di pensionati la perequazione sopra quattro volte il trattamento minimo.

Dice una bugia quando sostiene di aver alzato le pensioni minime - visto l’incremento di soli otto euro (oltre all’applicazione del 7,3% di perequazione prevista fino a quattro volte il trattamento minimo) - e di aver tagliato gli assegni di pensionati straricchi. Tra questi pensionati c’è gente che ha lavorato “una vita”. Un operaio specializzato, dopo 40 anni di lavoro con tasse e contributi sempre pagati, può raggiungere una pensione netta di poco superiore ai 2.000: proprio a lui verranno sottratti circa 100 euro al mese di rivalutazione. 

Il risultato della manovra, a fare un po’ di conti, è sconcertante: al sistema previdenziale nel suo insieme vengono tolti ben 3,7 miliardi di euro.

Cgil: un giudizio durissimo

Non è un caso, dunque, che tra i temi che hanno guidato gli scioperi e le mobilitazioni organizzate da Cgil e Uil nella settimana dal 12 al 16 dicembre (giorno in cui anche lo Spi è in piazza) la previdenza sia uno di quelli più importanti. Il giudizio della Cgil è durissimo. A cominciare dal merito: nonostante gli impegni assunti direttamente da Meloni non c’è stato alcun confronto con le organizzazioni sindacali e le scelte sono state unilaterali. 

E poi, ovviamente, il merito. In un’analisi contenuta nell‘Osservatorio previdenza i tecnici della Cgil hanno calcolato che nel 2023 a fronte di 726,4 milioni di euro che finanziano i diversi interventi (Quota 103, Opzione donna, Ape sociale e altro), si sottraggono al sistema ben 3,7 miliardi di euro tra taglio della rivalutazione delle pensioni in essere (-3,5 miliardi solo nel 2023) e abrogazione del fondo per l’uscita anticipata nelle Pmi in crisi (-200 milioni). Se si considera il triennio, le mancate rivalutazioni ammonteranno a 17 miliardi. Ma le risorse che saranno effettivamente spese saranno poco più di un terzo: 274,3 milioni, con un risparmio di 452,1 milioni. 

Con l’aggravante che le risorse risparmiate non rimarranno – come invece era stato promesso – nel sistema previdenziale, ma vanno altrove. Amaro il giudizio del segretario confederale della Cgil, Christian Ferrari: “Si fa cassa sulle spalle di lavoratori e pensionati per tagliare le tasse a professionisti da 85 mila euro annui. Intanto, nessuna risposta ai giovani, a chi svolge lavori gravosi e, soprattutto, alle donne, che hanno pagato il prezzo più salato delle ‘riforme’ degli ultimi 15 anni”.

Ma vediamo quali sono le misure che, a detta del Governo, avrebbero dovuto rappresentare un passo in avanti per tante lavoratrici e lavoratori e che invece, a leggerle nel dettaglio, rivelano chiaramente l’inganno che si cela dietro certe scelte.

Quota 103

E così dopo “quota 100” e “quota 102”, adesso arriva “quota 103” (62 anni di età e 41 anni di contributi per lasciare il lavoro). Le promesse, come noto, erano altre: 41 anni di contributi per tutti. “Ma questa misura – spiega Ezio Cigna, responsabile delle politiche previdenziali della Cgil – sarà rivolta di fatto solo a coloro che sono nati nel 1960 e nel 1961. Infatti chi avrà almeno 41 anni di contributi nel 2023, nel 2020 aveva già raggiunto i 38 anni di contribuzione".

Insomma, aggiunge il sindacalista "chi è nato entro il 31 dicembre 1959 aveva già il requisito di “quota 100” (62 anni e 38 di contributi) e quindi, maturato il diritto alla pensione. Il risultato è che il prossimo anno con “quota 103” andranno in pensione – secondo le nostre analisi - 11.340 persone, di cui 9.355 lavoratori e appena 1.985 lavoratrici, in luogo delle 41.100 annunciate".

Opzione donna, cioè impossibile

Le misure previste portano, di fatto, a una sua abrogazione. Non solo viene alzato il requisito contributivo (almeno 35 anni di contributi del 2022), ma viene modificata drasticamente la platea di riferimento: potrà accedere alla misura infatti solo chi compirà 60 di età nel 2022 (prima erano 58) e si trovi in una di queste condizioni: caregiver, invalida al 74%, licenziata o con tavolo di crisi aperto in azienda.

Opzione donna, i nuovi requisiti

 

Solo per quest’ultima categoria l’età torna a essere 58 anni, mentre per le altre casistiche si può abbassare a seconda del numero di figli (59 anni con un figlio, 58 con due o più figli). “Una misura che, se dovesse rimanere invariata, sarà assolutamente inutile: solo 870 persone potranno utilizzarla”, commenta Cigna.

Ape social, ma per chi?

Una proroga che si esaurirà nel 2023 e con nessun allargamento della platea: per la Cgil saranno poco più di 13 mila le persone che riusciranno ad accedere alla misura. Come non bastasse, “non viene nemmeno prevista la perequazione dei trattamenti che, come sappiamo, non possono superare i 1.500 euro: nessun adeguamento all’inflazione, dunque, in un momento in cui questa ha abbondantemente superato le due cifre”, chiosa il responsabile previdenza della Cgil.

Chi può accedere all'Ape social

 

Legge Fornero, ancora lei

Sconsolate le considerazioni di Ferrari: “Così non vengono affrontate in alcun modo le criticità presenti nel nostro sistema pensionistico, e men che meno si prefigurano le condizioni per una riforma complessiva del nostro impianto previdenziale. Nessun superamento della legge Fornero, dunque, e nemmeno la possibilità di accedere al pensionamento con 41 anni di contribuzione”. 

Ovvie le conclusioni: “Non solo non c’è alcun miglioramento né allargamento delle tutele e dei diritti previdenziali, ma c’è un intervento regressivo rispetto alla situazione attuale, con una stretta – anche finanziaria – che indica una direzione molto chiara, in perfetta continuità con il recente passato. Prima quota 100, poi quota 102, adesso quota 103: si procede spediti verso un ritorno alla legge Fornero ‘in purezza’”.