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L'intervista

Vaccino per la salute, per l'economia

Foto: Karolina Grabowska (da www.everypixel.com)
Roberta Lisi
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L'immunizzazione di massa serve a garantire il diritto alla salute: è indispensabile per far ripartire il Paese. Secondo Rossana Dettori (Cgil) i 19 miliardi del piano di rilancio sono un passo avanti, ma non sufficiente

Il piano di vaccinazioni del Paese è partito, l’organizzazione sembra funzionare. Ciò che non funziona è l’arrivo delle dosi da parte della Pfizer. La settimana scorsa in un'intervista, l’economista Carlo Cottarelli ha detto che per il Paese, per l’economia del Paese è necessario il piano vaccinale prima di quello economico. Serve che i cittadini e le cittadine si vaccinino nel numero maggiore possibile nel minor tempo possibile. Perché per l’economia è necessario il piano vaccinale?

Perché mettere in sicurezza i cittadini e le cittadine rispetto al coronavirus attraverso un piano di vaccinazioni celere che non escluda nessuno, penso ad esempio ai migranti o ai detenuti, è l’unica strada che abbiamo per contenere. Poi speriamo di sconfiggere il Covid, quindi tornare a far ripartire l’economica. Finché il virus circolerà come sta circolando in queste settimane mietendo in Italia, in Europa e nel mondo centinaia di migliaia di vittime, distanziamento e confinamento sono le uniche armi. Dobbiamo arrivare il più rapidamente possibile a vaccinare tutta la popolazione vaccinabile. È necessario organizzazione e impegno straordinario del nostro sistema sanitario, ma è indispensabile che gli impegni di fornitura presi dalle diverse aziende farmaceutiche, a cominciare dalla Pfizer, vengano rispettati. Insomma la vaccinazione di massa metterà in sicurezza il sistema economico. Potranno riaprire bar ristoranti, centri sportivi, cinema e teatri, centri commerciali e attività artigianali, eccetera. Insomma si potrà far ripartire l’economia attraverso il lavoro ed evitare che la crisi sociale conseguente alla pandemia dilaghi.

Veniamo, allora al piano vaccinale. La Cgil lo sostiene, invita a vaccinarsi e promuove una campagna di assemblea per informare i lavoratori e le lavoratrici sull’utilità della vaccinazione 

Sì, pensiamo che la trasparenza, l’informazione e la partecipazione consapevole siano strumenti indispensabili per raggiungere l’obiettivo della vaccinazione di massa. Ci siamo anche interrogati sull’opportunità di rendere obbligatorio il vaccino. Riteniamo che, prima di arrivare ad imporre il vaccino, sia appunto importante fare un grande lavoro di informazione e formazione dei cittadini e degli operatori e delle operatrici sanitari. Dai dati che abbiamo la stragrande maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici della sanità ha aderito alla campagna vaccinale, questo è un buon segno. Alcune resistenze arrivano da operatori delle Rsa, non vanno criminalizzati, va capito il perché e attivarsi per superare ostacoli e resistenza attraverso l’informazione e la formazione. Occorre chiarire bene opportunità ed eventuali rischi del vaccino. Soltanto se, a fronte di una capillare campagna di informazione e formazione, la copertura vaccinale dovesse essere a rischio allora potremmo ragionare di un eventuale obbligo almeno per alcune categorie. Ricordo che la Costituzione garantisce la libertà di cura, per l’obbligatorietà di alcuni trattamenti è necessario procedere attraverso l’approvazione di leggi specifiche. Ma non siamo di fronte a una necessità di questo tipo.

Veniamo al piano vaccinale, a come è stato organizzato e a come stanno reagendo il servizio sanitario nazionale e quelli regionali. Ti convince?

Esistono aspetti positivi e aspetti negativi. Il piano che ha definito alcune priorità lo trovo giusto, soprattutto non avendo la certezza matematica sulla regolarità e la puntualità dell’approvvigionamento delle dosi e dovendo procedere ad una seconda somministrazione del farmaco. Condivido pienamente che vengano immunizzati prioritariamente le operatrici e gli operatori sanitari, è un atto di responsabilità nei loro confronti e nei confronti dei pazienti che si avvarranno delle loro cure. Penso questa sia una scelta saggia. Come saggio è che poi si somministri il vaccino agli over 80. Non basta, chiediamo che insieme a quanti lavorano in sanità vengano vaccinati anche quanti si occupano degli anziani e delle persone fragili all’interno delle proprie abitazioni. Ora, occorre essere trasparenti nella definizione delle priorità nell’individuare le nuove categorie di vaccinandi, sicuramente gli anziani, i soggetti fragili quelli che hanno patologie e i disabili. Fra le priorità la Cgil ha indicato anche gli insegnanti e si può pensare ad altre categorie di lavoratori e lavoratrici maggiormente esposti. Occorre, poi, verificare come le linee guida nazionali vengono applicate nelle diverse regioni. Il diritto alla salute, e quindi il diritto al vaccino, va garantito a tutti i cittadini e le cittadine a prescindere da dove risiedono e da quale sia il Pil prodotto dal proprio territorio o dalla volontà di primeggiare del governatore.

Veniamo al personale. Ci auguriamo che le dosi arrivino nella quantità prevista e che quindi la seconda fase del piano, quella rivolta ai cittadini e alle cittadine, possa partire e in maniera consistente. Servono medici e infermieri. A che punto sono reclutamento e formazione? Ti convince la scelta di reclutarli attraverso contratti di somministrazione?

Siamo, purtroppo, in grave ritardo perché scontiamo oggi i tagli di personale della sanità degli ultimi dieci anni. Gli operatori sanitari sono troppo pochi, sono insufficienti non solo nei reparti ospedalieri e nelle terapie intensive ma soprattutto nel territorio e nei dipartimenti di prevenzione delle Asl e dei distretti. E sono troppo pochi i neo infermieri e i neo laureati in medicina pronti per entrare in servizio. Blocco del turn-over, tetto di spesa per il personale sostanzialmente fermo al 2014, e numero chiuso nelle università e nelle specializzazioni mediche sono la causa dell’emergenza di oggi. Non ci sono medici, ma soprattutto non ci sono infermieri da reclutare. E non si può nemmeno pensare – per quanto riguarda il personale infermieristico - di pescare nel bacino delle cooperative o del privato offrendo contratti precari. È tutta la politica del personale che va rivista. Certo, oltre ad intervenire in emergenza chiedendo un ulteriore sforzo a chi è in servizio - nel pubblico e nel privato – occorre che questo impegno aggiuntivo venga adeguatamente remunerato e valorizzato professionalmente. Contemporaneamente, però, il governo ha l’obbligo di imporre all’università il superamento del numero chiuso per le professioni sanitarie e l’investimento sulla formazione di alcune figure professionali, a cominciare dagli anestesisti rianimatori, passando per gli epidemiologi. E forse occorre prevedere forme di incentivazione, anche economiche come la riduzione delle tasse universitarie, per invogliare i giovani a scegliere la laurea in scienze infermieristiche e le specializzazioni di cui c’è maggior necessità.

Nel merito dei progetti sulla sanità del piano di rilancio e resilienza entreremo nel dettaglio nei prossimi giorni, ma non possiamo concludere questa conversazione senza la tua opinione sul progetto che il governo ha presentato al Parlamento. La prima bozza destinava alla sanità 9 miliardi, nell’ultima si è arrivati a circa 19, sufficiente?

No, non è sufficiente. Così come abbiamo detto non sono sufficienti le risorse appostate nella legge di stabilità che, ad esempio, non dà risposte rispetto ai contratti. Non solo, si è fatta una vera e propria cattiveria, una scelta politica sbagliata, quella di premiare alcune professioni e non altre, c’è un riconoscimento per i dirigenti medici ma non per i dirigenti delle altre professioni sanitarie. Perché? Riconosco al ministro Speranza di essere stato il primo, dopo tanti anni, a mettere in valore il servizio sanitario, a porre la necessità di potenziarlo, ad affermare l’idea che bisogna curare nel territorio e non nei grandi ospedali. Però tutte queste affermazioni e il richiamo al dettato costituzionale devono trovare riscontro nelle risorse da stanziare per realizzare quanto si sostiene. Nella legge di stabilità le risorse che servono non ci sono e se verrà confermato il piano che abbiamo letto, anche lì sono insufficienti. È vero che si è passati da 9 a circa 19 miliardi ma quelli destinati alla sanità territoriale, alla domiciliarità, alle case della salute, all’integrazione tra servizi sanitari e servizi sociali, sono davvero poche. Va bene la digitalizzazione, va bene mettere in sicurezza le strutture ospedaliere esistenti, e va bene aver orientato una parte di questi fondi, ma per rilanciare il servizio sanitario, per garantire davvero il diritto alla salute di tutti i cittadini e le cittadine serve territorio, territorio, territorio e investire nel personale. Diciannove miliardi non sono sufficienti, non voglio entrare nella diatriba sul Mes, non mi interessa da quali fondi arrivino le risorse, l’importante è che arrivino. La pandemia ci insegna che anche per garantire la tenuta economica del Paese, oltre che per rispettare l’articolo 32 della Costituzione, un sistema sanitario pubblico e universale efficiente è indispensabile. È il sistema pubblico che può e deve garantire il diritto alla salute, altre modalità possono integrare il sistema pubblico, non sostituirlo. E allora per far ripartire l’Italia investire in sanità a sufficienza è imprescindibile.