“Questa non è una privatizzazione, questa è una svendita”. È molto netto il giudizio di Antonio Pepe, segretario nazionale Filctem Cgil, sulla cessione realizzata dal governo del 2,8% di quote azionarie detenute dal ministero dell’Economia, per un valore complessivo di 1,4 miliardi di euro. “Un’operazione – aggiunge – che non provoca alcun vantaggio per i cittadini. Il governo si rivolge ai soli azionisti, che, se non fossero ben remunerati, potrebbero fare altre scelte e cambiare la destinazione dei propri investimenti”.

Prosegue dunque la campagna Cgil sulle privatizzazioni, annunciate dalla premier Meloni a inizio anno: dopo aver analizzato quella di Poste Italiane, ora tocca a Eni. Un gigante di 31 mila dipendenti (di cui 10 mila all’estero in pianta stabile), dislocati in 5 mila nel settore chimico e il restante 26 mila tra attività energetiche, bonifiche, gas e petrolio. Riguardo la composizione geografica, oltre 12 mila sono al Nord, oltre 3.500 al Centro, circa 2.500 sia nel Mezzogiorno sia nelle isole.

L’azienda del cane a sei zampe (logo creato nel 1952 dallo scultore Luigi Broggini) è già in larga parte in mani private. Il ministero dell’Economia detiene attualmente solo l’1,99% (pari a 65.586.402 azioni), mentre la Cassa depositi e prestiti il 28,50% (pari a 936.179.478 azioni): insieme, dunque, lo Stato possiede il 30,5%. La quota maggioritaria è per il 47,94% degli investitori istituzionali, l’azionista pubblico detiene il 32,39%, gli investitori retail il 14,20% e il 5,38% con azioni proprie (buyback).

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Cgil: un’operazione che non conviene

“Perfino il ministro Giorgetti, in audizione al Parlamento, ha dovuto ammettere che l’operazione non sia conveniente dal punto di vista economico”, spiega il segretario confederale Cgil Pino Gesmundo: “Si è dovuto arrampicare sugli specchi, favoleggiando che il vantaggio sarà il conseguente incremento di valore dell’azienda a seguito dell’aumento della presenza dei privati”.

Facendo due calcoli, la questione appare evidente. “Noi venderemo il 4,7%, quota massima che il governo potrà vendere anche in più tranche, di azioni di Eni: la vendita produrrà un incasso di circa 2 miliardi di euro che per legge dovranno essere utilizzati per la riduzione del debito pubblico”, prosegue Gesmundo: “Ciò comporterà una riduzione del costo del debito pubblico di circa 94 milioni di euro (questo è il solo risparmio per lo Stato) a fronte di 147 milioni di euro incassati dallo Stato nel 2023 per i dividendi di Eni sul 4,7% di azioni possedute dal ministero delle Finanze che, per effetto della vendita, verrà meno”.

La svendita, dunque, produrrà un effetto negativo per i conti dello Stato, che vedrà ridursi le entrate in maniera maggiore della riduzione della spesa per gli interessi sul debito. E c’è di più: “Questo progetto – conclude Gesmundo – indebolirà ancora di più il ruolo di Eni sul processo di transizione ambientale, proprio nel momento in cui l’Italia dovrebbe concentrare tutti i propri sforzi per recuperare i ritardi accumulati e che rischiano di produrre pesanti danni per l’economia del Paese”.

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Filctem Cgil: grossi pericoli per cittadini e lavoratori

“Ci auguriamo che la svendita si fermi qui”, dice il segretario nazionale Filctem Cgil Antonio Pepe: “Così s’impoverisce un’importante azienda italiana che, nonostante la sua vocazione industriale, richiederebbe ora un’ambientalizzazione dei processi produttivi con le tecnologie oggi disponibili per investimenti finalizzati anche agli obiettivi indicati dall’Europa”.

Eni è una delle poche grandi aziende italiane che continua a investire in Italia, e la privatizzazione rischia di bloccare questi processi. Gli ultimi importanti investimenti sono il progetto Argo-Cassiopea (900 milioni di euro) di estrazione di gas al largo di Gela (Caltanissetta), che assicurerà al Paese circa 1 miliardo di metri cubi all’anno per i prossimi dieci anni (nel 2023 la produzione italiana di gas è stata di 2,8 miliardi di metri cubi, su un’esigenza complessiva utile al sistema Paese stimata in 76 miliardi), la trasformazione della raffineria di Livorno (dopo Marghera e Gela) in bioraffineria (600 milioni di euro) e il progetto della Ccs denominato Callisto (350 milioni) ammesso dalla Commissione europea alla lista dei Progetti di interesse comune.

Va considerato, infine, anche l’effetto sull’indotto, che si calcola abbia un rapporto di 1:3 (un dipendente diretto genera tre lavoratori indiretti). “Il governo – riprende Pepe – avrebbe dovuto rafforzare la propria presenza non solo in Eni, ma anche in tutte le altre partecipate pubbliche, allo scopo di svolgere quel ruolo d’indirizzo su come le aziende di Stato possano e debbano contribuire a raggiungere gli obiettivi del green deal che in Europa ci siamo dati, obiettivi che vanno comunque centrati”.

La svendita delle quote ha anche un ulteriore risvolto. “Eni è debole finanziariamente sulla chimica di base, che è un pilastro fondamentale per il sostegno del sistema manifatturiero e industriale”, chiarisce il segretario nazionale Filctem: “Qualora non ci fossero più gli adeguati interventi l’Italia rischierebbe di non essere più la seconda manifattura europea, mentre la filiera a valle scivolerebbe verso quei Paesi extra-Ue con i quali non possiamo competere sia per rispetto dell’ambiente sia per costo del lavoro”.

Concludiamo con i rischi per i cittadini e i lavoratori. “Le persone dovrebbero essere contrarie alla svendita perché è presumibile ipotizzare l’aumento dei costi energetici, in quanto la presenza di Eni funge anche da calmiere dei prezzi”, conclude Pepe: “I lavoratori non avranno più quella sicurezza del posto di lavoro che Eni ha fin qui garantito. Girando per i territori registriamo ansia e preoccupazione per il futuro, si teme la desertificazione industriale e sociale, di quel valore quale è un’impresa che insiste su un territorio in termini di welfare, e tutto questo sarebbe inaccettabile”.