In prima serata, sul palco canterino più nazionalpopolare del globo terracqueo, nasce la Repupplica. Due “p” di troppo e una memoria di meno. Accade mentre una donna di 105 anni racconta il primo voto libero dopo il fascismo, con la voce che attraversa il secolo. Sullo sfondo scivola un errore che errore non è, un inciampo che inciampo non pare.

Perché insieme alla doppia consonante abusiva in diretta da Sanremo sparisce anche una testata. “l’Unità” viene oscurata, il titolo “Viva la Repubblica!” smaterializzato con la grazia di un trucco televisivo. Antonio Gramsci ridotto a comparsa invisibile, la storia passata al correttore automatico del presente. Clandestinità, persecuzioni, partigiani che rischiavano la pelle per far circolare quelle pagine: tutto limato, levigato, reso innocuo.

La tv di Stato inciampa sempre dalla stessa parte. Quando c’è da accarezzare il potere, la mano è ferma; quando c’è da nominare il conflitto, scatta il tremolio. Si dirà svista, fatalità grafica, distrazione da gobbo luminoso. Intanto la Repubblica diventa Repupplica e la Liberazione un fondale vintage buono per la nostalgia disinnescata.

È il galateo del presente: riverenza al governetto, anestesia preventiva, batticuore evitati a conduttori e dirigenti. La storia va bene se non disturba, se non ricorda che la democrazia è figlia di una parte che ha lottato contro un’altra. Meglio una memoria light, digeribile, senza spigoli né titoli scomodi.

Resta la signora Gianna Pratesi, classe 1920, più solida di tutto il carrozzone, che regge la scena meglio di autori e dirigenti. La parola Repubblica pesa, pretende ortografia e schiena dritta. Se la trasformi in refuso fai share, se mostri “l’Unità” fai paura. In questa sagra tropicale, la banana è matura. La dignità un po’ meno.