Nel distretto tessile le verifiche sul lavoro arretrano mentre l’illegalità continua a consolidarsi. Sul territorio, nel 2025 i controlli dell’Ispettorato del lavoro sono state 318 su circa 7.000 aziende del settore tessile abbigliamento, meno del 5%, con un calo di oltre il 30% rispetto all’anno precedente. Dati emersi in un’audizione delle Commissioni parlamentari Giustizia e Lavoro che fotografano un arretramento dello Stato proprio mentre il sistema produttivo è attraversato da scandali, inchieste e vertenze.

La spiegazione ufficiale parla di complessità degli accertamenti e carenza di personale, ma per le parti sociali il risultato è politico: meno controlli significa più spazio a sfruttamento, concorrenza sleale e dumping sociale, con un danno sistemico per le imprese regolari e per i lavoratori.

Cgil: illegalità strutturale, lo Stato deve intervenire

Per la Cgil il problema è strutturale e riguarda l’intera filiera. In un’intervista pubblicata oggi da La Nazione, Daniele Gioffredi, segretario generale della Cgil Prato Pistoia e Juri Meneghetti, segretario della Filctem Cgil territoriale, affermano: "Il fenomeno dell’illegalità va contrastato in modo sistemico. Da anni abbiamo fornito analisi e proposte, non ultimo il protocollo unitario Laboratorio legalità Prato, che indica come e dove intervenire. Governo e Parlamento devono fare la loro parte”.

Il sindacato rivendica un lavoro di analisi e proposta che non ha trovato risposte adeguate e sottolinea come l’assenza di una strategia nazionale trasformi il distretto in un laboratorio di deregolazione di fatto, con effetti a cascata su salari, sicurezza e qualità del prodotto.

Il silenzio istituzionale viene definito un vuoto preoccupante, soprattutto mentre il distretto continua a essere attraversato da fenomeni di illegalità che mettono in discussione l’intero modello produttivo, senza una risposta pubblica all’altezza della portata del problema.

Associazioni datoriali: task force e raddoppio delle ispezioni

Dal fronte datoriale arriva una richiesta netta di uno sforzo straordinario sul fronte dei controlli, con l’attivazione di gruppi interforze per contrastare sfruttamento e irregolarità. L’obiettivo indicato è raddoppiare le ispezioni annuali fino ad almeno 600 aziende, un livello considerato minimo per incidere nella filiera della confezione.

"Le istituzioni devono fare di più – afferma al quotidiano fiorentino Luca Rossi, direttore generale di Confindustria Toscana Nord – la parte sana di imprese e lavoratori non accetta di vedere il nome del distretto associato a comportamenti irregolari, quando non decisamente criminali, che sporcano la loro immagine e danneggiano la loro reputazione".

Le associazioni ricordano la proposta condivisa con i sindacati per una task force dotata di risorse dedicate, con uno stanziamento stimato in 10 milioni di euro in un arco di 4-5 anni, come segnale politico verso il tessuto imprenditoriale che rispetta le regole e subisce la concorrenza illegale.

Legalità, filiera e responsabilità pubblica

Dal mondo dell’artigianato e della moda arriva un messaggio diretto: non può esserci certificazione di filiera e sostenibilità senza uno Stato che controlla e fa rispettare le norme. La legalità non può essere una dichiarazione formale ma una condizione verificata e garantita, pena la trasformazione della sostenibilità in un’etichetta vuota.

Nel distretto la questione è diventata un banco di prova per la politica industriale nazionale. Senza un intervento strutturale sui controlli, la deregolazione di fatto rischia di diventare il modello implicito di competizione, con effetti permanenti su lavoro, impresa e credibilità del made in Italy.