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494 mila lavoratori in Italia vivono in un limbo: sono formalmente indipendenti ma quasi sempre legati a un solo committente, non hanno il controllo su aspetti centrali della loro attività, come tariffe, tempi, strumenti. Di fatto, sono dei falsi autonomi.
Per il 60 per cento di loro si tratta di una scelta obbligata dovuta alla mancanza di alternative. È quanto emerge dall’ultimo rapporto dell’Inapp, Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, “Dipendenti o indipendenti? I diversi gradi di libertà del lavoro autonomo”.
Dependent contractor
L’analisi fa un focus su una particolare categoria di autonomi coniata nel 2018 dall’Ilo, quella dei dependent contractor, lavoratori precari che rappresentano il 18,5 per cento dei 2,6 milioni di autonomi senza dipendenti, il 2,1 per cento degli occupati e il 9,8 del totale degli indipendenti. I dependent contractor oggi operano in una zona grigia: hanno una partita Iva o un contratto di collaborazione, ma non hanno alcuna autonomia reale su orari, compensi e strumenti di lavoro.
Sono più presenti tra gli addetti ai call center, alla pulizia degli uffici, alle consegne, autisti di taxi, tecnici del marketing, centralinisti. Non lavorano solo per aziende private, il 4,4 per cento di loro ha un committente pubblico a dimostrazione della trasversalità di queste forme di lavoro.
Giovani e meno pagati
L’identikit di questa categoria? Sono per lo più giovani under 30, impiegati nel terziario, lavorano tanto e spesso guadagnano meno dei loro colleghi assunti: il 44 per cento è confinato nella fascia di reddito più bassa, fino a 15 mila euro lordi annui, il 32,9 arriva fino a 28 mila euro. Tra questi c’è anche una parte degli occupati con le piattaforme digitali. Uno degli aspetti più critici è la stabilità: appena il 58,6 per cento di questi collaboratori si sente sicuro della propria posizione lavorativa.
Autonomi per necessità
E veniamo alla nota dolente, la libertà di scelta. Per la stragrande maggioranza dei dependent contractor l’indipendenza non è un’ambizione, ma una necessità. Il 48,2 per cento dichiara di aver aperto la posizione autonoma solo perché gli è stato chiesto dal cliente o dal committente, il 12,1 perché non c’erano altre possibilità di impiego. In definitiva, è una strada obbligata per il 60,2 per cento di questi lavoratori.
Un’indipendenza che resta solo sulla carta perché i margini di autonomia sono davvero scarsi, in merito soprattutto alla libera determinazione dei compensi e alla necessità di lavorare presso la sede del committente utilizzandone gli strumenti.
Estendere tutele e diritti
“Il lavoro autonomo è profondamente cambiato negli ultimi vent’anni – dichiara il presidente Inapp, Natale Forlani –. È un aggregato complesso e differenziato cui dedicare attenzione perché la sua dinamica rivela luci e ombre del nostro mercato del lavoro. Adesso è necessario comprendere gli elementi che dovranno essere specificati per il recepimento della direttiva Ue 2024/2831 (sul miglioramento delle condizioni di lavoro mediante piattaforme digitali, ndr), da un lato per contenere i disagi retributivi e delle condizioni del segmento più svantaggiato, ma anche per valorizzare le possibili opportunità di crescita professionale e l’emersione dal sommerso”.
Lo studio dell’Inapp sottolinea quindi l’urgenza di estendere le prestazioni sociali e le protezioni contro i rischi professionali anche a chi si trova in questo limbo contrattuale, continuando nella “definizione di un quadro normativo capace di riconoscere nuove forme di status lavorativo – si legge nel report -, che vadano oltre la distinzione rigida tra lavoro subordinato e autonomo, realizzando tutele e garanzie per tutti i soggetti al di là delle tipologie contrattuali e indipendentemente dalla qualificazione giuridica dell’attività lavorativa. Riconoscere formalmente analoghi diritti al lavoro dipendente e autonomo renderebbe possibile superare il modello tradizionale secondo cui le tutele sociali spettano perlopiù ai primi”.
"Serve un cambio di paradigma”
“Questi dati fotografano con chiarezza una trasformazione profonda del lavoro autonomo in Italia: meno autonomia reale, più dipendenza economica, più fragilità. Una delle espressioni più evidenti di un mercato del lavoro sempre più segmentato, nel quale crescono le zone grigie e arretrano diritti e tutele”. È il commento di Maria Grazia Gabrielli, segretaria confederale della Cgil. “Denunciamo da tempo – continua – che la contrapposizione tra lavoro subordinato e autonomo non è più in grado di rappresentare la realtà. Oggi milioni di lavoratrici e lavoratori, con o senza partita Iva, vivono condizioni di forte insicurezza reddituale, discontinuità occupazionale e accesso limitato alle protezioni sociali”.
"Questa condizione di fragilità – dice Gabrielli – è aggravata dal fatto che per una quota di autonomi l’indipendenza non è una scelta, ma una necessità imposta dal committente o dall’assenza di alternative occupazionali, come conferma lo studio Inapp. Siamo quindi di fronte a un problema strutturale di dumping contrattuale e salariale, che indebolisce l’intero mondo del lavoro, alimentato anche dall'introduzione di ulteriori forme ibride, come i contratti misti previsti dal Collegato Lavoro”.
Per la Cgil il punto di partenza di una “ricomposizione plurale ma solidale tra lavoratori dipendenti, autonomi e professionisti è la centralità dell’equo compenso”. Nessuna prestazione lavorativa “può essere pagata sotto una soglia che garantisca dignità, autonomia reale e sostenibilità professionale. L’equo compenso deve diventare un pilastro universale, integrato con l’estensione delle tutele sociali (malattia, maternità/paternità, disoccupazione, infortuni); il rafforzamento della contrattazione e dei diritti collettivi anche per chi lavora in forma autonoma; il contrasto al lavoro autonomo non genuino e alle pratiche elusive. le politiche attive, formazione di qualità e sostegno attraverso gli sportelli dedicati nei Cpi, previsti e mai realizzati”.
“Senza un cambio di paradigma che rimetta al centro dignità del lavoro, equo compenso e protezioni universali – conclude Gabrielli -, il rischio è che il lavoro autonomo continui a essere una terra di mezzo sempre più ampia, dove prosperano precarietà e disuguaglianze. Rivendichiamo invece un futuro del lavoro fondato su diritti esigibili per tutte e tutti, qualunque sia la forma con cui si lavora”.






















