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“Il lavoro è la vita”. È da questa convinzione che Maurizio Landini parte nella lunga intervista concessa ad Avvenire, nella quale riflette sulle trasformazioni imposte dall’intelligenza artificiale e sul ruolo che il sindacato dovrà svolgere nei prossimi anni. Per il segretario generale della Cgil, il punto di riferimento resta la Magnifica humanitas di Leone XIV, che “riafferma il primato dell’umano su ogni altro aspetto della vita economica”.
Per Landini il lavoro “non è solo un privilegio o il luogo in cui si forma l’identità individuale e collettiva”, ma rappresenta anche “uno strumento di emancipazione economica, sociale, culturale”. Una visione che si contrappone a un modello economico che, osserva, “ha svalorizzato e precarizzato il lavoro”, mettendo al centro il profitto e il mercato.
“L’IA non può produrre nuove divisioni”
L’intelligenza artificiale è già entrata nelle fabbriche, negli uffici e nei servizi. Per questo, sostiene Landini, non può essere lasciata alle sole logiche dell’efficienza. “Se lasciate all’ideologia della pura efficienza, intelligenza artificiale e robotica producono nuove divisioni senza accrescere la libertà”, afferma. Per evitarlo, “algoritmi e piattaforme vanno regolati in funzione del bene comune”.
Il leader della Cgil sottolinea che la robotica “sta trasformando profondamente il lavoro” e che il vero obiettivo deve essere un altro: “Sostituire al lavoro ripetitivo e usurante attività di maggiore contenuto professionale e dirigenziale”. Non, quindi, eliminare i lavoratori, ma “sollevare le persone dalle attività faticose e ripetitive per liberarne la creatività”.
Formazione come diritto
La rivoluzione tecnologica, aggiunge Landini, impone un grande investimento sulla conoscenza. “Un diritto fondamentale è il diritto alla formazione permanente”, sostiene. Per il segretario della Cgil, ogni lavoratore deve poter aggiornare continuamente le proprie competenze, perché “la conoscenza costituisce la forma più grave di discriminazione” quando non è accessibile a tutti.
La formazione, dunque, non è soltanto uno strumento di crescita individuale, ma una condizione essenziale per garantire qualità del lavoro, sicurezza e libertà.
“Contrattare anche gli algoritmi”
Secondo Landini, la trasformazione digitale non può essere governata unilateralmente dalle imprese. “La contrattazione deve intervenire sugli elementi decisivi: organizzazione del lavoro, tempi, orari, salute e sicurezza”. Ma non basta. Il sindacato deve essere coinvolto "nella fase della progettazione dei cambiamenti tecnologici e organizzativi", così da garantire “spazi di autonomia e libertà del lavoro” e redistribuire la produttività attraverso salari più alti.
In questa prospettiva la Cgil continua a sostenere modelli di codeterminazione e partecipazione. “Noi non vogliamo azionariato dei dipendenti o qualche posto nei consigli di amministrazione”, precisa Landini. “Abbiamo sempre promosso modelli di cogestione”, ma l’obiettivo resta rafforzare il ruolo della contrattazione e la partecipazione organizzativa e decisionale dei lavoratori.
Un nuovo modello di sviluppo
L’intervista sul quotidiano dei vescovi si allarga infine al sistema economico nel suo complesso. Per Landini serve “un cambiamento profondo dell’attuale modello di crescita”, superando “un paradigma consumistico e puramente quantitativo”. C’è bisogno “di nuove politiche redistributive”, afferma, indicando tra le priorità una riforma fiscale progressiva, il contrasto all’evasione, una diversa tassazione delle rendite finanziarie e un rafforzamento del welfare.
“Va ricostruito un principio di solidarietà sociale oggi messo in discussione dalle politiche inique e dal ritorno alle guerre”, conclude il segretario generale della Cgil. Un richiamo che lega la sfida dell’intelligenza artificiale a una questione più ampia: riportare al centro la persona, il lavoro e la democrazia economica.






























