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Wired Italia non esiste più. Alla fine è andata come in uno dei romanzi distopici di Philip Dick, in cui l’umanoide attenta alla vita dell’umano che lo ha creato. D’altronde, quell’universo distopico che il romanziere statunitense aveva immaginato sessant’anni fa, si è rivelato essere, almeno in parte, una profezia che si autoavvera. Tutto come previsto, dunque, se una delle voci pioniere, nel racconto della quarta rivoluzione industriale, qualche giorno fa ha chiuso i battenti proprio a causa di quella stessa rivoluzione che per quasi vent’anni ha descritto, interpretato, anticipato.
“Oggi Wired Italia chiude. E questo messaggio è per te. No, non ci conosciamo” suona così l’incipit della lettera che i redattori del trimestrale hanno scritto per prendere commiato dai lettori, reali e immaginari. Lo scorso 30 giugno è diventata tristemente effettiva la decisione annunciata il 16 aprile dal ceo di Condé Nast Roger Lynch: la rivista di tecnologia, cultura digitale e innovazioni nata nel 2009 non sarà più pubblicata.
“Comprenderai che, avendo spento i motori il 30 giugno 2026, ci rimangono tante domande su cosa si sarebbe svelato dopo l’ennesima curva. Chissà se nel tempo in cui ci stai leggendo i robot sono diventati compagni quotidiani di vita e colleghi di lavoro. Chissà se il paesaggio fuori dalla finestra è tornato a colorarsi di un sano azzurro e di un verde brillante e siamo riusciti a impedire le peggiori catastrofi climatiche”. Si chiede questo nel seguito della lettera la redazione di Wired, che per quasi due decadi ci ha aiutati a decifrare il mondo che cambiava intorno a noi, a comprendere le dinamiche complesse della transizione digitale che ha investito come uno tsunami le nostre vite, ad analizzare le trasformazioni per poterle governare e viverle da protagonisti.
Nonostante la società editrice abbia chiuso il 2025 in crescita, alcune testate del gruppo sono state definite non redditizie dal ceo Lynch, che ha dichiarato: “La loro gestione nella forma attuale limita la nostra capacità di investire nelle idee e nelle aree che guideranno la crescita futura”. Quale sia questa gestione limitante, non è spiegato nel dettaglio. Siamo dunque legittimati a fare delle ipotesi. Potremmo per esempio chiamare in causa il conflitto tra nuove tecnologie e lavoro, che sempre più velocemente aggredisce il mondo della produzione, bruciando professionalità, occupazione e interi comparti produttivi.
Il sindacato lo ripete ormai da anni, allo sfinimento: l’IA non va combattuta, va governata. Servono investimenti, formazione continua, aggiornamento delle competenze, rimodulazione di tempi e modi per creare un incontro tra l’umano e l’umanoide, piuttosto che uno scontro. Ad oggi quell’incontro sembra ancora lontano, mentre le professioni intellettuali – già povere e precarie per “costituzione” – finiscono sempre più in basso nella lista delle tutele e dei diritti. Nel frattempo, quelle possibilità che l’intelligenza artificiale offrirebbe a supporto dei lavori, sempre più spesso diventano l’occasione che le aziende colgono per farli fuori.
Forse è questo il paradosso più amaro di tutta la vicenda. Non ha chiuso una rivista che parlava di tecnologia perché la tecnologia ha vinto. Ha chiuso una rivista che cercava di renderla comprensibile proprio nel momento in cui comprenderla sarebbe più necessario che mai. Perché una democrazia può sopravvivere a un algoritmo, ma difficilmente sopravvive alla rinuncia di raccontarlo, di criticarlo, di governarlo. Se davvero siamo entrati nell'epoca dell'intelligenza artificiale, la domanda non è se le macchine prenderanno il posto degli esseri umani. La domanda è se saremo ancora disposti a investire nell'intelligenza umana capace di spiegarle.
























