“Nell’era dell’IA la vostra identità è la vostra proprietà intellettuale e ogni persona ha diritto di decidere come l’IA può o non può utilizzarla”. È con questa affermazione che l’attrice Cate Blanchett ha presentato al Parlamento europeo il Human Consent Registry, una piattaforma, alla quale è possibile registrarsi, per definire in che modo desideriamo che l’IA disponga della nostra immagine.

L’attrice, che ha co-fondato RSL Media, un’organizzazione non profit impegnata a sviluppare strumenti di consenso legati all’uso dell’IA, ha da tempo intrapreso una battaglia contro l’utilizzo improprio dell’IA, convinta della necessità di estendere la possibilità di gestire le autorizzazioni legate a ciò che vogliamo o non vogliamo mettere a disposizione dell’IA a tutte e tutti.

La presentazione di questa piattaforma, che l’eurodeputata Eva Maydell ha definito “uno strumento che rende trasparenti i diritti, amplia la fiducia e mantiene la creatività umana al centro del progresso tecnologico”, arriva dopo un lungo percorso dell’attrice da attivista: nel marzo 2025 la star si era infatti già unita a Paul McCartney, Ben Stiller e a oltre 400 celebrità e artisti che avevano inviato una lettera aperta a Donald Trump, chiedendo alla sua amministrazione di non ridurre le tutele del diritto d’autore.

La lettera contestava le argomentazioni di colossi tecnologici come OpenAI e Google, secondo cui la legge statunitense sul diritto d’autore dovrebbe consentire alle aziende di IA di addestrare i propri sistemi su opere protette senza autorizzazione né compensi ai titolari dei diritti. Da allora molti artisti hanno preso posizione contro l’uso non autorizzato da parte dell’IA delle loro opere e della loro voce o immagine.

“Le tecnologie di IA si stanno espandendo a ritmo forsennato, sostanzialmente senza controlli né regolamentazione”, ha dichiarato Blanchett in una nota di presentazione della sua organizzazione. “Perché gli esseri umani restino al comando rispetto a queste tecnologie, il consenso deve essere la prima considerazione”. Consenso che devono essere in grado di esprimere tutte e tutti, “sia i singoli individui sia terze parti come agenti e manager”.

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L’orizzontalità della fruibilità dello strumento sembra essere infatti il cuore del progetto. Dopo la decisione di personaggi famosi come Taylor Swift e Matthew McConaughey di registrare legalmente i propri marchi vocali e visivi come protezione contro il furto di identità da parte dell’IA, sarebbe infatti nata la riflessione riguardo al fatto che la maggior parte delle persone comuni non possiede i mezzi per tutelarsi. Da lì la scelta di promuovere uno strumento per definire in che modo desideriamo che l’IA disponga della nostra immagine. Una sorta di “testamento in vita”.

Una scelta sostenuta da parte di star hollywoodiane tra cui Javier Bardem Helen Mirren, Meryl Streep e Tom Hanks e che dunque sembra destinata ad avere grande visibilità.

Ma come funziona nello specifico?
Il Human Consent Registry altro non è che un registro che offre la possibilità agli utenti di autorizzare, oppure vietare (totalmente o ponendo determinate eccezioni o condizioni) l’uso da parte dell’IA del proprio nome, immagine, voce, sembianze e movimenti, oltre ad altre caratteristiche personali:
- Gli utenti creano un account sulla piattaforma inserendo le proprie informazioni, tra cui nome, profili social e account professionali, e verificando la propria identità.
- A quel punto, con una logica definita “a semaforo”, assegnano un permesso per i propri attributi biometrici e personali (volto, nome, voce, movimenti) secondo tre categorie, che funzionano, appunto, come un semaforo:
Consentito: l'IA può utilizzare l'identità senza limitazioni.
Consentito con condizioni: l'IA può usare i dati solo rispettando specifici vincoli e termini imposti dall'utente.
Proibito: l'IA non ha il permesso di usare l'identità (nome, volto, voce, movimenti) in alcun modo

Una volta impostate le preferenze, il sistema genera un identificativo univoco (Human Consent ID) associato all'utente. Attualmente il registro copre l'area dell'identità (nome, immagine, voce, ecc.). In futuro, è stato annunciato, saranno implementate le categorie dedicate al lavoro (Work), ai personaggi (Characters) e ai marchi (Marks).

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Quello che mira a stabilire il database è in sostanza uno standard etico e legale (opt-in/opt-out). Questo fornirebbe agli utenti una prova inequivocabile della loro volontà, che può essere utilizzata per future tutele legali o per richiedere la rimozione di materiali generati. Un registro unificato e standardizzato dove le aziende di sviluppo IA possono “interrogare” lo stato del consenso di un individuo.

Per capire perché si tratta di un’iniziativa potenzialmente così importante bisogna sapere come vengono addestrati i modelli di IA: questi sistemi necessitano di enormi dataset, ovvero moltissimi dati, per imparare a replicare testi, immagini, voci e stili. Per anni, i bot delle aziende tecnologiche hanno “memorizzato” dati attraverso l’estrazione automatizzata di informazioni da siti web, social network e piattaforme di streaming (eseguendo lo scraping), senza chiedere il consenso a nessuno e senza offrire alcun compenso economico.

Fino ad oggi, nessuno era nella condizione di poter dichiarare la sua volontà rispetto al fatto di essere incluso o meno in questi dataset. Ecco, lo strumento in questione colma questo vulnus perché si pone l’obiettivo di funzionare come un database centralizzato, un unico grande “archivio digitale”, sicuro e accessibile, all’interno del quale vengono raccolte e organizzate le preferenze in materia di privacy e AI di milioni di persone.

La vera innovazione riguarda il modo in cui i dati vengono salvati ed esportati: le preferenze espresse dagli utenti vengono tradotte in un file machine-readable, ossia leggibile direttamente dalle macchine. Al momento però, il limite più grande consiste nel fatto che la volontà espressa e registrata non agisce come un blocco automatico o un firewall.

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Per rispettare la volontà espressa dagli utenti, gli sviluppatori di AI dovrebbero integrare questi file nei loro algoritmi di filtraggio prima di avviare il processo di training dell’intelligenza artificiale. Dovrebbero e potrebbero… ma vogliono?

Qui, infatti, si inserisce il tema della regolamentazione, che dal punto di vista legislativo dovrebbe prevedere il rispetto della volontà espressa dagli utenti. L’Unione europea, tramite l’AI Act, sta già lavorando per imporre regole severe sulla trasparenza dei metodi di addestramento dell’AI, questa novità potrebbe essere d’aiuto. Se l’Ue dovesse rendere obbligatoria per le aziende AI la consultazione di registri di consenso in fase di sviluppo delle intelligenze artificiali, avere uno strumento come questo potrebbe essere davvero un buon inizio per tutelare artiste artisti, ma anche per noi semplici cittadine e cittadini.

Ma l’importanza dello strumento non è comunque da sottovalutare già da adesso, perché ponendosi come standard di riferimento, può comunque rivelarsi utile per futuri accordi legali oltre che per spingere (come già sta facendo) in direzione della regolamentazione dell'AI. Nel frattempo, al di là di quanto e come verrà realmente utilizzato, la vicenda ha il merito di avere acceso un ulteriore (patinato) riflettore sul tema del diritto d’autore e, più ingenerale, sul rischio sempre più grande che ognuno di noi possa veder violata o “rubata” la propria identità.

Un rischio che espone maggiormente le donne, tra deep fake e software “deep nude”, solo per fare due esempi. Al momento il Human Consent Registry è disponibile negli Stati Uniti e in Europa. Il fatto che sia stato presentato al Parlamento europeo ci fa ben sperare.

Barbara Apuzzo, Responsabile Politiche e sistemi integrati di telecomunicazioni Cgil nazionale

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