Dal 27 agosto al 27 settembre torna il Ragusa Foto Festival, nato nel 2012 da un’idea di Stefania Paxhia e prodotto dall’Associazione APS Antiruggine, prima manifestazione internazionale del Sud Italia dedicata alla fotografia contemporanea. Un percorso che va dai grandi autori alle nuove generazioni di fotografi, dalle mostre ai talk, con l’obiettivo ambizioso di tenere insieme sguardi d’autore e fotogiornalismo, con un punto di vista sempre originale e raffinato. L’edizione 2026, dal titolo “Archetipi Mediterranei”, presenta una novità importante: la direzione artistica di Alessandra Mauro, curatrice e direttrice editoriale di Contrasto. 

Alessandra Mauro, il tema di questa edizione è un invito a guardare al Mediterraneo non solo come geografia. Come siete arrivati a questa scelta?

È una scelta certamente ambiziosa ma il festival, anche molto prima del mio arrivo, è sempre stato orientato geograficamente e culturalmente verso il Mediterraneo. Da sempre c'è stata attenzione alle forme di vita, ai modi di pensare e ai linguaggi che caratterizzano questo spazio comune. Abbiamo deciso di soffermarci su alcuni archetipi, senza alcuna pretesa di essere esaustivi, cercando di individuare quelle forme del vivere che ricorrono nel bacino del Mediterraneo e che, in qualche modo, ci definiscono e ci permettono di riconoscerci. Preparando questa edizione sono tornata a rileggere Fernand Braudel e il suo grande lavoro “Memorie del Mediterraneo”, in cui scrive che per capire chi siamo forse basta guardare il nostro mare. Mi è sembrato un ottimo punto di partenza per costruire il percorso del festival.

Questo filo conduttore è anche un'occasione per guardare il Sud da una prospettiva diversa, superando molti stereotipi. Il Meridione è sempre stato un tema affascinante per la letteratura e per la fotografia, raccontarlo oggi significa mostrare le trasformazioni che sta vivendo.

Esattamente. Il Mediterraneo è sempre stato un luogo di scambio: di culture, di popoli e di sguardi. Abbiamo voluto valorizzare proprio questa dimensione. Quando sono arrivata a Ragusa ho trovato un terreno molto fertile, ricco di persone, idee e riflessioni sulla vitalità del Mediterraneo. Da qui è nata l'idea di costruire un festival capace di raccontare un Sud dinamico, attraversato da cambiamenti spesso invisibili. Nel mio libro “Lo sguardo da Sud”, uscito alcuni anni fa, provo a dialogare con diversi fotografi del Mezzogiorno per capire cosa sia caratteristico del loro modo di raccontare il territorio. Milano è tradizionalmente il centro dell'editoria e del fotogiornalismo italiano, ma il Sud ha espresso autori straordinari che hanno saputo osservare il mondo con sensibilità originali. Penso a Mimmo Jodice, a Enzo Sellerio e a molti altri. Questo patrimonio culturale continua ancora oggi a ispirare il nostro lavoro.

Tra le produzioni originali del festival ambientate proprio al Sud, c'è la residenza artistica di Anna Di Prospero dedicata alle aree industriali del Ragusano.  Com’è nata l’idea?

Le produzioni originali rappresentano una delle vocazioni principali del festival. Anna Di Prospero è una fotografa che lavora sull'identità e sull'auto-rappresentazione in modo molto particolare: compare sempre nelle proprie immagini, ma di spalle, quasi come una moderna Alice nel Paese delle Meraviglie che esplora territori sconosciuti. Le abbiamo chiesto di raccontare Ragusa partendo dalla pietra pece, elemento fondamentale nella storia della città. Il suo lavoro attraversa miniere, paesaggi, architetture, alternando oscurità e luce, interno ed esterno. Seguendo quella figura vestita di rosso, il visitatore scopre un territorio con lo stesso stupore della fotografa. Anche per chi quei luoghi li conosce, emergono aspetti poco noti e prospettive nuove.

Un altro progetto importante riguarda Niscemi e prevede, accanto alla documentazione fotografica, anche un monitoraggio del territorio che proseguirà fino al 2027. 

È una scelta nata quasi naturalmente. Tra gli archetipi esiste anche quello della fragilità del territorio, che purtroppo appartiene non solo alla Sicilia ma a molte aree del nostro Paese. Viviamo costantemente tra memoria e oblio: da una parte ciò che riusciamo a conservare, dall'altra il rischio che eventi improvvisi cancellino tutto. I giornali seguono inevitabilmente l'emergenza, ma un festival può permettersi uno sguardo più lungo. Per questo abbiamo chiesto ad Alessio Mamo, fotogiornalista che aveva già raccontato Niscemi anche per The Guardian, di tornare più volte sul territorio per seguirne l'evoluzione. La mostra “Niscemi. Un racconto” raccoglierà non solo le fotografie realizzate nel corso dei mesi, ma anche le testimonianze degli abitanti, dando voce direttamente alla comunità.

Tra gli archetipi mediterranei non poteva mancare quello della comunità, con “Piazza bella piazza”, un percorso tra passato e presente. Che cosa raccontano oggi le fotografie dedicate agli spazi pubblici?

Mi ha colpito vedere quanto la piazza continui a essere un luogo di incontro e di confronto sociale. Questo è l'archetipo che resiste nel tempo. Naturalmente sono cambiate le forme della socialità. Oggi le piazze sono molteplici: non solo quelle monumentali, come Piazza del Duomo o Piazza Maggiore, ma anche spazi periferici che diventano luoghi di aggregazione. Molti fotografi, ad esempio, ci hanno restituito immagini di ragazzi che praticano skateboard nelle piazze, appropriandosi di questi luoghi in modo nuovo. Cambiano le modalità dell'incontro, ma resta immutata la necessità di condividere uno spazio comune.

Una parte importante del festival è dedicata agli sguardi provenienti dall'altra sponda del Mediterraneo. Che immagini ci restituiscono i fotografi al di là del mare?

Abbiamo voluto selezionare autori molto diversi tra loro, sia per linguaggio sia per approccio. Mous Lamrabat, ad esempio, gioca mescolando fotografia di moda, ironia e autorappresentazione per riflettere su identità e globalizzazione. Le sue immagini sono coloratissime, immerse nel deserto e nei tessuti della tradizione, ma attraversate dalla presenza dei grandi marchi internazionali. Mostrano come il globale si insinui nelle culture ancestrali e, allo stesso tempo, come queste riescano a resistere e a trasformarlo. Therese Debono, da Malta, documenta invece l'edificazione selvaggia che modifica profondamente il paesaggio urbano, una questione che accomuna molte aree del Mediterraneo. Zied Ben Romdhane ci porta nel sud della Tunisia con un fotogiornalismo dal forte carattere lirico: le sue immagini raccontano il rapporto continuo tra l'uomo e la sabbia, in territori dove le tempeste trasformano continuamente il paesaggio. Infine, Evangelia Kranioti presenta un intenso lavoro video dedicato alle migrazioni, che intreccia il presente con il mito di Hermes. È una produzione realizzata in collaborazione con l'Accademia di Francia – Villa Medici e rappresenta una riflessione poetica e profonda sul Mediterraneo contemporaneo.

Il programma è davvero ricco, sarà un mese intenso per i visitatori del Ragusa Foto Festival. 

Sì, ci sarà molto da vedere. Abbiamo cercato di costruire un percorso articolato, capace di offrire prospettive differenti sul Mediterraneo, sui suoi archetipi e sulle trasformazioni che attraversano questo spazio comune.

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