Un altro passo in avanti verso il recepimento della direttiva sul lavoro digitale. Lo ha fatto ieri (23 luglio) il consiglio dei ministri che ha dato il via libera allo schema di decreto legislativo che attua la norma contenente “misure volte a migliorare le condizioni di lavoro e la protezione dei dati personali delle persone che svolgono un lavoro mediante piattaforme”.

Nessun confronto preventivo

Peccato che questo passaggio sia stato fatto senza alcun confronto preventivo con i sindacati, come invece prevede la stessa normativa europea. E che non sia ancora del tutto chiaro come viene trasposto nel nostro ordinamento un punto chiave della direttiva: la presunzione legale di subordinazione dei lavoratori delle piattaforme, primi tra tutti i rider.

“Ancora una volta il governo sceglie di procedere senza alcun confronto preventivo con le organizzazioni sindacali – dichiara Maria Grazia Gabrielli, segretaria confederale della Cgil -, nonostante il coinvolgimento delle parti sociali sia espressamente previsto dalle stesse direttive europee nella fase di attuazione, così come era già avvenuto con il cosiddetto decreto lavoro, che ne aveva anticipato alcuni contenuti”.

L’esecutivo Meloni quindi persegue con il modus operandi adottato finora: prima decide il come e il perché, poi annuncia con un comunicato stampa e infine illustra le sue decisioni in una convocazione formale alle parti sociali, che possono al massimo chiedere di modificare il testo in fase di conversione parlamentare.

L’algoritmo non potrà dedicere da solo

Per quanto riguarda i contenuti, il decreto che entrerà in vigore a dicembre 2026, limita il tracciamento dei dati personali del lavoratore, vieta il monitoraggio dello stato emotivo e delle attività effettuate al di fuori dell’orario, e sancisce la nullità dei provvedimenti presi in maniera automatica senza la firma di un essere umano: licenziamento, sospensione, disattivazione dell’account.

In sostanza lo schema di decreto riproduce quanto stabilisce la direttiva: l’algoritmo non potrà decidere da solo. E ancora: sanzioni fino a 30 mila euro che potranno essere comminate dall’ispettorato nazionale del lavoro, e l’obbligo di trasparenza mensile su orari e compensi medi.

Doppio binario

“Dalle anticipazioni, se confermate sembra delinearsi un doppio binario - aggiunge Gabrielli -: da un lato, un’estensione degli obblighi di informazione per tutte le categorie di lavoratori in materia di controllo algoritmico, tutela della privacy e riesame umano delle decisioni; dall’altro, una limitazione del riconoscimento del lavoro subordinato per quanto riguarda gli aspetti lavoristici e di salute e sicurezza”.

È su questo punto che si gioca la partita più importante e finora anche più ambigua e dibattuta del recepimento della direttiva. Se infatti sugli altri aspetti il decreto governativo sembra seguire pedissequamente la normativa comunitaria, sulla qualificazione del rapporto di lavoro, che attualmente è autonomo per i rider di Glovo e Deliveroo, poste sotto controllo giudiziario dalla procura di Milano, ancora non c’è chiarezza.

Presunzione legale di subordinazione

La “presunzione legale di subordinazione” prevista dalla direttiva dovrebbe diventare uno strumento in più in mano al lavoratore finto autonomo per vedersi riconoscere il rapporto dipendente: questo procedimento rischia di diventare un ostacolo e non un elemento di facilitazione.

“Sul tema della qualificazione dei rapporti di lavoro – conclude la segretaria confederale - riemergono le commissioni di certificazione previste dal D.lgs. 276/2003. Occorrerà verificare l’effettiva portata della presunzione legale di subordinazione, anche alla luce della previsione di specifici indici. Due aspetti rilevanti che, se confermati, rappresenterebbero un arretramento e un rischio di esclusione dalle tutele per una parte significativa di lavoratori”.