Avete presente tutte quelle volte che per accedere ad una pagina web o a un servizio online vi è stato chiesto di spunta la casella “non sono un robot” e successivamente di seleziona tutte le immagini con un semaforo, o tutte le moto o di ricopiare le lettere storte? Bene, avrete notato che questo piccolo rituale è recentemente cambiato: è sufficiente spuntare la casella “non sono un robot” e il gioco è fatto.

Sto parlando del CAPTCHA, acronimo che sta per Completely Automated Public Turing test to tell Computers and Humans Apart, un test di Turing completamente automatico. Piccolo cenno storico: Alan Turing, considerato il padre dell’informatica, è stato il primo a pensare che potesse esistere una macchina programmabile e di conseguenza a porsi la domanda su fin dove ci si potesse spingere con l’automazione. Il suo lavoro pose di fatto le basi per la nascita del concetto di intelligenza artificiale.

La domanda che si fece non riguardava l’idea che una macchina potesse essere intelligente, ma si concentrava piuttosto su quanto una macchina potesse sembrare simile, dal punto di vista cognitivo, a un essere umano. Questo lo portò a formulare nel 1950 il famoso test di Turing.
Negli anni Duemila, il suo test venne capovolto da un gruppo di studiosi della Carnegie Mellon University, che diedero vita al moderno CAPTCHA.

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Se nella versione originale del Test di Touring, era un essere umano a giudicare se dall’altra parte ci fosse una persona o una macchina, (stabilendo che l’uomo era il parametro, la macchina l’imitatore), il moderno CAPTCHA scambia i posti: è la macchina a decidere chi per lei è abbastanza umano e chi no. Ma la macchina, per giudicare, deve prima misurare, e può misurare soltanto ciò che si lascia ridurre a regola.

Per quasi due decenni, dunque, i CAPTCHA sono stati ampiamente utilizzati come mezzo di protezione contro i bot, ma con la crescente diffusione del loro utilizzo, anche le tecniche per eluderli o aggirarli si sono continuamente evolute. E allora perché, se si sono costantemente evoluti insieme alla possibilità di aggirarli, oggi è sufficiente spuntare la casella “non sono un robot” e basta? Perché, consapevoli della difficoltà crescente di superare le macchine, quando la struttura di questi test ha cominciato a cedere, la scelta è stata quella di farli sparire.

Uno studio presentato a Usenix Security nel 2023 ha esaminato i risultati di 1.400 persone a cui è stato chiesto di risolvere 14.000 CAPTCHA, e ha confrontato i loro risultati con le prestazioni dei bot a oggi documentate in letteratura: sui testi deformati le macchine raggiungevano quasi il 100% in meno di un secondo, mentre gli umani si posizionavano in un range compreso tra il 50 e l’84%.

Se l’obiettivo dunque era quello di certificare l’umanità sulla base di prestazioni logico-tecniche la partita era persa in partenza. L’IA può batterci a scacchi, le macchine possono esplorare Marte, possono risolvere quesiti complessi in una frazione di secondo, ma non sono in grado di selezionare una casella come faremmo noi. Contrapporre l’imperfezione umana alla perfezione dell’AI, ecco dunque la soluzione.

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Perché noi, prima di selezionare la casella, muoviamo il mouse in maniera imprevedibile, e questo movimento viene “letto” dai moderni CAPTCHA. Al contrario, l’IA concepisce un movimento diretto, una linea dritta che tracci il percorso più breve verso il quadratino da spuntare. Da qui il cambio di paradigma. Non risolvi più una prova: sei tu la prova. La domanda diventa dunque “il tuo comportamento somiglia abbastanza a quello che ci aspettiamo da un umano?”.

Ma c’è dell’altro: cookie, profilazioni, attività svolte sul web, accompagnano costantemente questa lettura, rappresentando la base sulla quale ci viene attribuito un punteggio. Scordatevi dunque l’illusione di essere “certificati” solo in quel preciso momento.

Rimane il fatto che, per anni, mentre selezionavamo semafori o motociclette, credendo di fare un semplice test di sicurezza, abbiamo etichettato gratis i dati che servivano a digitalizzare libri e a insegnare alle automobili a riconoscere un semaforo. Ogni volta che provavamo di essere umani, addestravamo la macchina a fare a meno di noi. Quei test hanno dato vita, con il nostro inconsapevole lavoro, ai candidati che oggi ci battono. Tecnicamente però.

Nel celebre saggio Elogio dell'imperfezione, Rita Levi-Montalcini diceva che “la nostra natura non è fatta per canoni matematici ma per il cambiamento e l'adattamento”. E mai come adesso questa affermazione sembra essere più aderente ai tempi e alla realtà che viviamo. Restiamo umani, dunque. E questo ovviamente vale per tutto.

Barbara Apuzzo, Responsabile Politiche e sistemi integrati di telecomunicazioni Cgil nazionale