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Doveva essere il simbolo sociale del decreto Primo Maggio. Un piano capace, nelle intenzioni del governo, di spingere l’occupazione stabile tra giovani, donne e lavoratori del Mezzogiorno. Oggi, però, quel pacchetto di incentivi assomiglia più a una corsa a ostacoli che a una misura per creare lavoro.
Le risorse sono state drasticamente ridotte. Il conto che il governo nasconde lo ha fatto il quotidiano La Repubblica e la giornalista Valentina Conte. I fondi previsti per i bonus occupazionali passano infatti da 2,7 miliardi del vecchio impianto a poco più di 934 milioni. Anche le assunzioni stimate precipitano: dalle oltre 246 mila previste in precedenza a circa 110 mila considerando anche il capitolo dedicato alle Zone economiche speciali. Una sforbiciata che sfiora il 60%.
Requisiti più rigidi, meno accesso agli incentivi
Il governo ha scelto di non prorogare i vecchi incentivi scaduti il 30 aprile. Li ha invece riscritti da capo, introducendo criteri più restrittivi e validità retroattiva da gennaio a dicembre 2025. Risultato: molte aziende che contavano sugli sgravi rischiano ora di restarne escluse.
Per i giovani, ad esempio, non basta più essere under 35 senza un contratto stabile alle spalle. Servono condizioni molto più severe: almeno 24 mesi senza lavoro regolarmente retribuito oppure 12 mesi accompagnati da ulteriori situazioni di svantaggio. Anche le trasformazioni dei contratti a termine vengono depotenziate e relegate a una misura separata, valida solo per rapporti brevi da stabilizzare entro fine anno.
Donne e Sud pagano il prezzo più alto
Ancora più pesante il ridimensionamento per le donne. Nel precedente schema, le lavoratrici residenti nel Sud senza impiego da almeno sei mesi potevano accedere a due anni di esonero contributivo. Ora quel beneficio pieno scatta solo dopo due anni di inattività oppure in presenza di ulteriori requisiti. I finanziamenti crollano da 480 a 141 milioni.
Non va meglio sul fronte delle imprese del Mezzogiorno. Il bonus Zes resta limitato alle microaziende con meno di dieci dipendenti e destinato agli over 35 disoccupati di lungo periodo. Ma le risorse vengono praticamente svuotate: da 724 a 100 milioni.
Il nodo del “salario giusto”
A complicare tutto c’è poi il nodo politico e burocratico del cosiddetto “salario giusto”. Il governo ha annunciato che gli incentivi saranno concessi solo alle imprese che applicano contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni “comparativamente più rappresentative”. Una formula che dovrebbe impedire il dumping salariale, ma che al momento resta senza strumenti operativi.
L’Inps, infatti, non dispone ancora dei parametri necessari per verificare il trattamento economico complessivo dei contratti. La banca dati del Cnel è ancora in fase di aggiornamento e l’istituto previdenziale attende indicazioni definitive dopo la conversione del decreto in legge. Nel frattempo le procedure restano congelate e una circolare esplicativa non arriverà prima di diverse settimane.
Annunci e realtà
Così il grande annuncio del governo rischia di trasformarsi in un paradosso. Gli incentivi pensati per sostenere l’occupazione restano sospesi tra tagli, requisiti più duri e norme non applicabili. Le imprese attendono chiarimenti, i lavoratori restano fuori e il “salario giusto” evocato a Palazzo Chigi finisce intrappolato nei tempi lenti della burocrazia.






















